Moshin Hamid “Il fondamentalista riluttante”

fonicona-voto-asino2icona-voto-asinoicona-voto-asino2“Il “Fondamentalista riluttante” di M. H., ovvero lo spettro dell’impossibilità dell’integrazione.

E’ possibile che un musulmano di buona famiglia, nato in Pakistan, grazie alla sua brillante intelligenza ed alle sue notevoli capacità caratteriali, possa studiare in una prestigiosa Università Americana, si possa laureare a pieni voti e possa diventare uno stimato professionista, agiato economicamente ed assiduo frequentatore della migliore e più ricca borghesia di Manhattan?

Si, è possibile.

Ma è possibile che questo figlio dell’Islam, naturalizzato americano nel modo di pensare ed agire, a suo agio nel lavoro e nella cultura occidentale, non sia in realtà stato in grado di integrarsi nel suo nuovo paese, salvo che per gli aspetti più superficiali ed esteriori? E’ possibile che sia rimasto nel suo profondo un povero immigrato, frustrato dalle sue modeste origini e fondamentalmente ostile ad una cultura ricca ed arrogante, anche se questa lo ha accettato e gratificato?

Si, è possibile.

E questo è il dramma.

Il dramma di un mondo che tenta (almeno talvolta, nel migliore dei casi, anche se se lo fa egoisticamente secondo il suo stesso interesse) una integrazione di chi è diverso, ma che purtroppo tende a semplificare ingenuamente i vissuti, i ricordi lontani e profondi, gli imprinting solo apparentemente sepolti nella coscienza. Tutto questo scomodo bagaglio individuale, talvolta, non è superabile. La memoria di una arroganza subita, la sensazione di essere stati vittime innocenti di un torto, il pensiero di essere stati ingiustamente penalizzati dalla storia, anche se sono lontane riminiscenze di un passato remoto, possono riaffiorare improvvisamente e sfociare in una violenza difficilmente controllabile.

E’ condivisibile, è tollerabile? Non lo so, e molti di noi non lo sanno, ma è quello che può succedere: ed è un dramma.

Perché non ci sono apparentemente vie alternative.

Noi generalmente pensiamo che sia condannabile ogni ricorso alla violenza, e ritengo che sia sacrosanto, ma c’è un dettaglio inquietante per noi: siamo storicamente stati sempre dalla parte degli oppressori e mai da quella degli oppressi: questo non avrà una influenza partigiana sul nostro modo di pensare? E’ il dubbio che M.H. insinua nella nostra mente.

Il romanzo tratta contemporaneamente a questi temi una bella e drammatica storia d’amore che fa da controcanto alla vicenda esistenziale.

E’ il paradigma doloroso dell’impossibilità di prendere le distanze da un passato affettivo personale, come è impossibile talvolta prendere le distanze dalle proprie origini e riuscire ad avventurarsi in un nuovo mondo, che non ci appartiene.

Storia molto toccante e complessa, che ci pone dubbi inquietanti, scritta in modo piano, semplice, ma al tempo stesso estremamente intimo e ricco.

Mr. Maturin

5 thoughts on “Moshin Hamid “Il fondamentalista riluttante”

  1. Anche a me questo breve romanzo è decisamente piaciuto, e ne voglio raccontare la trama (chi legge è quindi avvertito) perché mi è parsa molto interessante.
    Changez è un giovane uomo pakistano che in un bar di Kabul incontra un americano che, da quanto nota C. nel suo lungo monologo (un telefono satellitare, un rigonfiamento sotto la giacca: probabilmente una pistola), potrebbe essere un uomo dei servizi segreti USA o qualcosa del genere.
    Con tono e modi affabili e squisiti, quasi ipnotici, Changez comincia a raccontare all’americano la sua vita.
    Nato da famiglia nobile ma in piena decadenza, come del resto a quanto pare di capire tutto il Pakistan, C. è un super-studente che grazie a capacità di apprendimento e a una forza di volontà straordinarie, viene mandato in una delle migliori università americane di economia.
    Uscitone gloriosamente, viene selezionato a far parte di una piccola ma prestigiosissima società che valuta il valore delle aziende.
    Rivelatosi ancora una volta il migliore, stringe un particolare rapporto con il numero 1 della società, che si rivede in lui.
    Cominciano i viaggi all’estero, i soldi, la prospettiva di una vita di lavoro, successo, lussi, che però incappa nell’11 settembre e, soprattutto, in una infelice storia d’amore.
    C. si inceppa: si fa crescere una strana barba da talebano, è sempre più insofferente della ondata di nazionalismo e retorica con la quale l’America reagisce al massacro delle torri, comincia ad avere seri problemi anche sul lavoro.
    Tornato a Kabul e al precariato di una vita disagiata e segnata dal timore di un possibile scontro atomico con l’India, se ne sta lì, senza fare nulla di particolare, forse con qualche rimpianto, ma neppure è detto.
    C. racconta tutto questo all’americano: gli offre il tè, poi la cena, poi lo accompagna all’albergo.
    Sulla via c’è un gruppo di persone: resta il dubbio che Changez abbia attirato l’americano in una trappola.
    Un piccolo libro davvero felice. Un monologo fluente, caratterizzato dai modi gentili e affascinati del ragazzo, che fa indovinare una civiltà molto diversa dalla nostra ed enigmatica, lasciando tutti gli interrogativi di cui parla Maturin.
    Anche per me decisamente tre teste d’asino, forse un po’ strettine.

  2. Bellissimo libro che ho letto nelle prime ore del 2018.

    Aggiungo alle considerazioni del recensore alcune note che lo rendono ancora piu’ un libro “scorretto” e quindi per me stimolante (al di la’ di qualunque opinione politica personale).

    E’ un libro piu’ complesso di quello che appare. La scrittura e’ davvero essenziale e asciutta, ma i livelli di lettura possono essere molti.
    Vera o falsa che sia (lascio al lettore il giudizio), c’e’ il tema dell’oppressione subita dal paese di origine del protagonista (il Pakistan, ma potrebbe essere un qualunque altro “stan”), ma c’e anche, speculare, il tema della superiorita’ culturale e sociale dello stesso mondo.

    Il protagonista non si sente inferiore, anzi, giudica le sue origini culturali ben piu’ solide della societa’ americana da cui progressivamente si allontana.
    Non a caso, l’ultimo passaggio della sua catarsi si compie durante una visita della casa di Neruda in Cile (dove il protagonista e’ in visita di lavoro per fare chiudere una casa editrice considerata dalla sua azienda poco profittevole perche’ devota alla buona narrativa…). Nell’ambiente e nei segni lasciati da Neruda, sembra riconoscere una contiguita’ con i poeti del suo paese, in stridente contrasto con il materialismo dell’ambiente americano in cui lavora.

    Il protagonista sembra tornare al suo paese anche per le radici sociali e la possibilita’ di avere relazioni piu’ profonde di quelle che lascia a New York.
    Non a caso, le bozze del libro che riceve in eredita’ dalla sua amata (aspirante scrittrice) si dimostra essere non quel capolavoro esistenziale che si attendeva, ma solo una storia banale e insipida. E forse l’amata stessa e’ solo una riccha borghese viziata.
    I rapporti sociali che il protagonista ricostruisce in Pakistan sembrano molto meno vacui. Diventa professore e parla dei suoi studenti come persone intelligenti e curiose, non come potenziali terroristi. Che contrasto con gli ex-colleghi di New York, dove perfino il migliore, Jim, e’ soprattutto attratto da lui come preda omosessuale (solo per questo gli dice che è sempre disponibile per una birra!).

    Il suo ritorno in Pakistan sembra insomma un ritorno alla civilta’, non un ripiego, non una sconfitta, ma anzi una vittoria.

    PS
    Anche per me i 3 asini sono stretti.
    E consiglio la lettura di Exit West, l’ultimo libro dello stesso autore.

  3. Ok, avete ragione, di teste diamogliene 4…..forse sono stato striminzito, perché accusato in passato dei essere di “manica larga” in quanto ho usato anche le 5 teste per romanzi belli, ma non capolavori epocali. Questo sistema delle teste, devo dire che non mi piace affatto, soprattutto se non si chiariscono i criteri di valutazione…….Exit West lo leggerò sicuramente!

  4. Mah, l’introduzione delle teste è generalmente piaciuta.
    I criteri di valutazione sono indicati nelle “Istruzioni per l’uso”, anche se poi i giudizi sono necessariamente soggettivi (per fortuna).
    Comunque l’indicazione delle teste non è mica obbligatoria!

  5. Onestamente ho visto prima il film rispetto al libro ma è comunque un’opera che ho amato alla follia. Io per altro ho una storia particolare in cui si intrecciano sia Islam che origini che torri gemelle, fra l’altro rientra in tutto questo anche Turchia che nel film sostituisce il Chile quindi lasciamo stare 😅 bello, bellissimo e ottima recensione, se vuoi sul mio blog li sto portando tutti quelli di Hamid, è uno dei miei scrittori preferiti in assoluto👍🏽

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