Albert Cohen “Bella del Signore”

coeicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2Ho difficoltà a parlare di questo libro.

Dico subito che, comunque sia, Albert Cohen è un grande scrittore: efficace, fantasioso, smagliante.

Cohen mette su un mattone di oltre 800 pagine che, ripensandolo a posteriori, è proprio sconcertante: in qualche momento francamente noioso (il monologo col quale Solal conquista Ariane, oppure la descrizione del preagonico languire del loro amore: meglio saltare, una volta capita l’antifona); tutto sommato abbastanza squilibrato (la pur bellissima prima parte rimane abbastanza isolata dal resto del romanzo; le parti dedicate agli zii di Solal, anche se quantomai gustose, non si capisce bene cosa ci stiano a fare nella complessiva economia del libro); e, come se non bastasse, svolgente  tesi banalotte (il “normalizzarsi” dell’amore nella quotidianità; l’importanza in amore della bellezza fisica; l’impossibilità di vivere un amore non socialmente approvato).

Eppure, nonostante questi vistosi difetti, “Bella del Signore” è un libro veramente impressionante e, direi, imperdibile.

Le prime 300 pagine sono strepitose: Cohen massacra la buona società ginevrina benpensante, classista, ipocrita, spietata; e, all’interno di questa, la inutilissima Società delle Nazioni; e sceglie a tal fine uno stereotipo parodistico straordinario, formato dalla famiglia Daume.

Cohen disegna con eccezionale maestria le figure della madre (una odiosa virago zeppa di pregiudizi, traffichina, volgare, inarrestabile), del padre (buono, ottuso, infantile, ininfluente: una nullità) e del figliastro Adrien (la quintessenza della vacuità coniugata con uno sfrontato istinto da arrampicatore sociale).

Indimenticabili sono le pagine che Cohen dedica ad Adrien “al lavoro” presso la Società delle Nazioni (dove in realtà non fa assolutamente nulla, mai) e, più in generale, la descrizione della vita e delle relazioni all’interno di essa; o, ancora, quelle che dedica all’allestimento da parte dei Deume della cena con Solal, vicedirettore della Società delle Nazioni, ed alla vana attesa di questi da parte della famiglia Deume, schierata in gran pompa.

Dopo queste prime 300 pagine il romanzo cala decisamente per due motivi fondamentali: il primo è dato dall’insistenza di Cohen su un amore -quello fra Solal e Ariane- esageratamente simbolico, turgido, eccezionale, insostenibile, e alla fine poco credibile; come artificioso è l’espediente narrativo cui Cohen è costretto a ricorrere per far precipitare (meno male) la situazione.

Il secondo, e forse determinante motivo, è dato dalla figura di Solal: ingombrante, stucchevole, scioccamente estetizzante, insopportabile nella sua benevolenza verso Ariane.

Ariane è invece una figura bellissima: angelo gaio buono e ribelle, fiera e nello stesso tempo innamorata fino all’umiliazione di sé; l’unico personaggio “veramente vero” ed intero che Cohen disegna nel deserto della filistea società ginevrina, e che secondo me non è molto lontano, come riuscita letteraria, da Tony Buddenbrook, Anna Karenina o Nastasja Filippovna.

Eppure, nonostante il languire di questo amore dal destino fatale (una bella palla), Cohen inanella una serie di vere perle: gli sketch amorosi, l’eloquenza sontuosa anche se talora pesante e quasi dannunziana, una quantità di veri e propri lampi narrativi (ad esempio i racconti affidati alla serva Mariette, il fluire dei pensieri di Ariane, la figura quasi mitologica di Mangelocoulos), il sinistro sfondo del nazismo nascente. Il tutto sostenuto da una arguzia, da un fulmineo spirito di osservazione, da una verve narrativa, completamente fuori del comune.

In definitiva un libro che rimane e incide; una strana e unica creatura, tanto imperfetta quanto notevole.

Poronga

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