Virginia Woolf “Gita al faro”

woo.jpgicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoForse Virginia Woolf più che una grande scrittrice può definirsi una grande poetessa.

In ogni caso la vena poetica, quasi elegiaca, permea fortemente questo libro; un libro di pensieri, atmosfere, sensazioni, ma anche di personaggi, fra i quali spicca, in assoluto, Mrs. Ramsey.

Creatura sensibile, profonda e delicata, e a suo modo lunare, viene colta durante una vacanza estiva sull’isola, credo, di Skye, che come di consueto passa assieme alla sua famiglia (il marito, filosofo di fama, ed i figli) ma anche con una numerosa corte di personaggi dei quali si contorna.

Ma il vero centro di tutto è lei, che viene descritta nella prima parte del libro, certamente la più bella, immersa nei suoi pensieri, spesso struggenti e malinconici. Qui sta una delle cose migliori del romanzo, ossia l’intersecarsi, reso magistralmente, delle più banali azioni quotidiane con gli assorti e profondi pensieri della protagonista.

Mrs. Ramsay è una figura resa benissimo nei suoi tratti di delicatezza, profondità ed umanità, che la rendono consapevole della diversità sua, e delle persone come lei, da un mondo a suo modo inesorabile e spietato, rappresentato nel romanzo dal marito; e che la portano, per esempio, a struggersi nel vedere la felicità odierna dei figli, sapendo bene “che non saranno mai più così felici“; e che, ancora, la inducono, per cercare di sfuggire, non solo lei ma soprattutto le persone care, alle incombenti infelicità, a cercare di combinare matrimoni che le sembrano ben assortiti.

Quello che più importa rimarcare sono non tanto le caratteristiche di Mrs. Ramsay, ma la resa letteraria di un personaggio che, a mio parere, regge il confronto con le più grandi figure femminili letterarie quali Nastasja Filippovna de “L’idiota”, o Anna Karenina, o Tony Buddenbrock.

Detto questo, il romanzo è quasi senza trama, ed è costruito su una gita al faro che Mrs. Ramsay promette al piccolo figlio James, le cui speranze sono subito frustrate dal realismo del padre che, a ragione, ne pronostica la impossibilità per il maltempo.

Il romanzo si articola in tre parti; la prima, che ne occupa la metà, praticamente dedicata alla protagonista colta “in azione”; la seconda, la più corta, nella quale, dopo aver dato atto in modo estremamente laconico della sua morte, se ne descrive l’assenza, il vuoto; la terza, dedicata alla consumazione di questa gita al faro, così diversa da quella che avrebbe dovuto essere.

Credo riassuma efficacemente l’atmosfera e la natura del libro questa citazione, che descrive Mrs. Ramsay nell’atto di constatare che una calza, che sta sferruzzando per portarla al figlio del guardiano del faro, è troppo corta:

Mai nessuno era parso così triste. Amara e nera, a metà strada, nelle tenebre, nel raggio che portava dal sole all’abisso, forse si formò una lacrima; una lacrima cadde; le acque ondeggiarono, l’accolsero e si richiusero quietamente. Mai nessuno era parso così triste”.

Poronga

2 thoughts on “Virginia Woolf “Gita al faro”

  1. D’accordo con quanto scrive Poronga ( trovo solo un po’ troppo generose le quattro teste e mezza: non che il libro non sia bello, ma allora resta solo l’ultimo gradino, le cinque teste, per i grandi capolavori ). D’accordo anche sul considerare Virginia Woolf una poetessa, ma a me piace molto anche come saggista di letteratura e di costume.
    Nello specifico del romanzo, anzitutto bisognerebbe fucilare il primo traduttore – poi gli altri hanno seguito – che ha scelto per il titolo ‘ Gita al faro ‘ invece del letterale e molto più efficace ‘ Al faro ‘ ( magari è stato un mostro sacro come Pavese o Vittorini ma non importa, è un criminale lo stesso ). L’unica cosa che aggiungo a quanto così ben detto da Poronga è che mi ha sempre colpito che la figura del realista che soffoca la fantasia della signora Ramsay, cioè il marito, non è come sarebbe stato più facile, un uomo d’affari o un avvocato, ma un filosofo. Si sa che nella famiglia Ramsay la Woolf ha raffigurato i membri della propria famiglia, ma la professione del marito e l’assonanza con un famoso filosofo che lei conosceva bene, Ramsey ( anche Poronga, che certamente lo conosce, si è fatto trarre in inganno quando scrive per la prima volta il nome Ramsay ) mi fanno venire il dubbio che ci sia qualcosa di intenzionale e di beffardo nel dare alla figura più negativa del romanzo un nome così simile al filosofo reale.

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