Tiffany McDaniel “L’estate che sciolse ogni cosa”

dan.pngicona-voto-mezzoasinoicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2Il caldo arrivò insieme al diavolo. Era l’estate del 1984 e il diavolo era stato invitato. Quel caldo torrido, no. C’era da aspettarselo che arrivassero insieme. Dopo tutto, il caldo non è forse il volto del diavolo? E a chi è mai capitato di uscire di casa senza portarselo dietro?

Inizia in questo modo folgorante il romanzo d’esordio di questa scrittrice americana dell’Ohio ambientato nel suo stato – tipico Midwesrt – e anche se siamo negli anni ’80 per molti aspetti, in particolare il provincialismo e la ristrettezza di vedute degli abitanti, sembra di essere ancora negli anni ’50.

Solo per dirne un paio che descrivano l’atmosfera, la cittadina ha uno sceriffo che sputa in continuazione per terra e indossa stivali di pelle di serpente; del resto, il negozio di abbigliamento più chic si chiama ” Il rospo bordeaux “!

La voce narrante è quella del protagonista, Fielding Bliss, ormai 84enne ma che nel 1984 aveva solo 13 anni ( questo vuol dire che siamo nel 2055, ma del futuro si vede poco o nulla, l’unica curiosità è che anche in quel futuro gli Americani continueranno a coltivare quella bizzarra abitudine di vivere in roulottes al posto di case ) e la vicenda comincia con uno strano annuncio sul giornale locale. Si invita il diavolo a venire in quella sperduta cittadina dell’Ohio. A farlo è il padre di Fielding, dallo strano nome di Autopsy,  procuratore rappresentante dell’accusa per vocazione giovanile. Il diavolo arriva davvero, o almeno arriva un ragazzo di colore coetaneo di Fielding che dichiara di esserlo. Lo è davvero? Naturalmente nei libri tutto è possibile, ma se lo è si tratta di un diavolo piuttosto atipico che descrive un inferno non ortodosso (” Conosco i peccati di tutti quelli che vengono all’inferno. Fa parte del mio dolore. Conoscere e provare le loro sofferenze. “; “ E’ questo il guaio delle cose in pezzi. La luce muore e si fa sempre più tenue e le ombre… Quelle vincono sempre, alla fine. ” ). Di certo il ragazzo ha un fascino inquietante e in qualche modo incide profondamente sulla vita della cittadina, e soprattutto della famiglia Bliss. Da qui una serie di vicende che anche a volerle riassumere nel modo più stringato richiederebbero troppo spazio, quindi ci rinuncio e passo subito ad alcuni punti che mi hanno colpito in modo particolare e che sono tanti perché il libro è denso e profondo.

Se il diavolo sia vero o una metafora non ha neppure molta importanza, quello che conta è che la gente ha bisogno di crederci, e ci sono sobillatori che aizzano le masse. E tutto il romanzo è costellato con molta perizia di metafore significative. L’estate è caldissima, torrida, la parola che ricorre di più è ” sudore “, il diavolo-ragazzo ( Sal, dalle iniziali di Satana e Lucifero ) cerca disperatamente dei gelati che sembrano irraggiungibili, la madre di Fielding è terrorizzata dalla pioggia e non esce di casa da 12 anni; però ha trasformato ogni stanza in una diversa nazione con dipinti e altri oggetti. C’è un nano che è rimasto vedovo ma continua ad apparecchiare la tavola per due e fa il bucato e stende ad asciugare gonne e reggiseni. Autopsy Bliss ha scelto la carriera legale perché si è sentito chiamato a diventare il ” setaccio ” della società. Fielding ha un rapporto quasi di idolatria col fratello maggiore, stretto da un patto di sangue, ma ad un certo punto arriva quasi a disprezzarlo per poi tornare invece ad amarlo in modo più maturo. Non va poi dimenticato che il presunto diavolo si trova ad essere accolto e adottato dalla famigli Bliss ( inglese per ” benedizione ” ); niente è scelto a caso, non voglio dilungarmi ma anche i nomi della città, delle vie ( tutte le cittadine americane hanno una Main Street, questa ha una irreale Main Lane ), i nomi dei personaggi e le loro professioni sono sempre evocativi. Viene spesso ricordata, a simbolo di naufragio e fallimento, la vicenda dell’Andrea Doria, avvenuta quasi 30 anni prima, ma stranamente ancora viva nella memoria di adolescenti di una cittadina del Midwest.

Sempre attraverso metafore sono affrontati i molti temi del libro, dal razzismo all’omofobia, alle difficoltà di relazioni umane alla psicologia di massa e ai problemi morali più complessi. Prima di tutto, naturalmente visto che si parla del diavolo, il problema del bene e del male. E se non bastasse, ogni capitolo è introdotto da un brano del Paradiso perduto di Milton. Ci sono immagini molto potenti, come quando un tentativo di linciaggio di Sal viene sventato dai Bliss che offrono ai bravi cittadini una rosa del loro giardino in cambio di ogni pietra che tengono minacciosamente in mano, e nessuno ha il coraggio di scagliare la prima pietra. Ma il diavolo suscita sentimenti forti persino in compassate casalinghe e innocenti bambini, e gli sviluppi saranno drammatici. Vediamo crescere l’ostilità nei confronti di Sal, con l’isteria di massa che monta lentamente ma inesorabilmente. In una scena che a mio parere è fra quelle chiave, la madre di una ragazza scopre dei lividi sul corpo della figlia, e subito incolpa Sal; ma è la madre stessa che, quando è ubriaca, picchia la figlia salvo poi dimenticarsene completamente.

Il Fielding 84enne che rievoca quei pochi ma fondamentali e tragici mesi di 71 anni prima è un uomo solo e stanco, che ha passato la vita a guardare il mondo dall’alto riparando tetti e campanili, per arrivare alla amara conclusione che ” Il dolore è la conoscenza più intima “.  E ci toglie anche ogni illusione di aver letto una raffinata rivisitazione  del Paradiso perduto di Milton ( o, il diavolo ce ne scampi, di Dan Brown );  nel ventesimo secolo – e nel ventunesimo – le cose sono più complesse: ” Essere il diavolo lo rendeva importante. Visibile. Non è questa la tragedia più grande? Quando un ragazzo è costretto a essere il diavolo per contare qualcosa. ” Per concludere che ” Poi arrivò Sal … e il diavolo … be’, scoprimmo che lui era l’unico angelo fra noi. ”

Questo è un romanzo profondamente americano nel senso migliore del termine. Sono evidenti i richiami a libri iconici come Il giovane Holden e Il buio oltre la siepe – trasparente la somiglianza fra i due avvocati, lì Atticus qui Autopsy. Ma si può risalire più indietro, a Faulkner e a Hawthorne.  Storie profonde, sentimenti forti, il tutto sostenuto da una scrittura densa e coinvolgente, mai indulgente o sentimentalista nel senso deteriore.  Ho capito definitivamente di trovarmi di fronte a una scrittrice di rara qualità quando mi sono trovato a commuovermi per la morte di un cane, a dimostrazione del fatto che il mondo emotivo della McDaniel mi aveva coinvolto e affascinato. Un libro da leggere e una scrittrice da seguire nei suoi prossimi lavori.

Traddles

3 thoughts on “Tiffany McDaniel “L’estate che sciolse ogni cosa”

  1. Ho letto anch’io L’ estate. Con trasporto e passione. Per diversi motivi, in realtà, ma questa è un’altra storia.
    Sono d’accordo con quello che dici, Traddles, ma vorrei, nella sontuosa e immaginifica abbondanza di questo libro gotico, barocco, denso e tragico, sottolineare il peso e la forza del personaggio di Sal, che ne illumina le pagine di bagliori intensissimi e improvvisi. Un ragazzino nero dagli occhi verdi come le foglie più verdi, con due lunghe cicatrici che gli solcano la schiena all’altezza delle scapole, e che parla con una saggezza antica, inattesa sulle sue giovani labbra, quasi conoscesse tutto il male, e il dolore, del mondo – e nella sua scarnita magrezza avesse accettato di portarne il peso sulle spalle – e al di là di tutto custodisse nel cuore una sconfinata, inalienabile, improsciugabile nostalgia per il bene, tutto il bene e la bellezza che comunque nel mondo alberga, e che in fondo lo redime.
    Sal commuove, stupisce, innamora, come raramente accade.
    È vero, questo libro di Tiffany McDaniel è un romanzo complesso, ricco di temi, di personaggi (incantevole la tenera, bizzarra Stella Bliss, la mamma di Fielding, e splendido come una stella cadente Grand, il fratello più grande), di prestigiosi ascendenti letterari, ma soprattutto è un libro che, benché non breve, si legge d’un fiato, e, una volta finito, non si dimentica facilmente.

    Quattro teste d’asinello per me.

  2. Non è certamente l’aspetto principale tra i molti che caratterizzano questo libro, così ben recensito dai miei cari colleghi, ma uno in particolare mi ha colpito, oltre a quanto finora è stato indicato. Per cui, oltre alla meraviglia davanti a Sal, l’affetto nei confronti del meraviglioso Grand,la tenerezza verso tutta la famiglia Bliss e il malessere davanti a Elohim, vi è un tema del romanzo, che se pur trattato marginalmente, vorrei sottolineare.
    Si tratta della questione dell’arroganza di chi vuol giudicare, pensando di pervenire con certezza alla “verità” ed alla adeguatezza o meno della pena, da infliggere a chi si ritiene colpevole.
    Uno dei protagonisti è infatti un pubblico ministero, che ricorda piacevolmente Atticus di “Il buio oltre la siepe”, che si tormenta nei dilemmi sollevati dall’esercizio della sua professione.
    Mi ha ricordato i dubbi e le perplessità, dopo una vita di intensa carriera giudiziaria, del giudice Elvio Fassone che ha espresso nel suo libro epistolare “Fine pena ora”. Dubbi inquietanti, come quelli di Autopsy.
    C’è però una differenza fondamentale tra Fassone e il protagonista della nostra storia.
    Il primo ha la consolazione di essere stato uno strumento della legge, che ha funzionato in modo ineccepibile. Il suo dubbio non è su come egli ha operato, ma sulla “qualità” della legge stessa, che lui ha applicato scrupolosamente e sulla pena che in base ad essa ha dovuto prescrivere.
    Il dubbio di Autopsy è invece un dubbio più esistenziale, sta proprio nell’affermazione che “non è possibile” arrivare alla verità, soprattutto alla verità di chi si sta giudicando.
    E nella sua esperienza pesa una vicenda giudiziaria, che nonostante la sua scrupolosità, è finita male, molto male. Sia per l’uomo condannato, che per A. che ne porterà la colpa per il resto della vita.
    Questo dubbio esistenziale lo marcherà per sempre ed è forse l’innesco di tutte le drammatiche vicende che travolgeranno la famiglia Bliss e porteranno Autopsy addirittura, alla fine , all’abbandono della sua carriera professionale.

    E’ un libro doloroso e intenso. E’ una storia d’amore, dove però il dolore e l’odio cieco la fanno da padroni. Tratta molte tematiche intime relative alla natura umana. La questione della omosessualità ad esempio è un altro motivo centrale, appassionatamente e profondamente affrontato, ma purtroppo anche in modo molto drammatico.
    Direi che non è un libro “piacevole” da leggere, non perché non sia ben scritto, anzi, ma perché è molto toccante e ci narra cose che non vorremmo sentir narrare. E’ un romanzo che mi ha colpito nell’intimo e un po’ mi ha fatto male, con la sua dolente realtà.

    La prosa della traduzione è impeccabile, piana e scorrevole ed, all’occorrenza, sorprendente ed originale. Ma, d’altra parte, ci potevamo aspettare di meno dalla nostra amata Nilsson?

  3. Nulla da aggiungere se non che anche a me la figura più notevole è sembrata Sal, piccolo diavolo buono e innocente.
    Il libro mi ha ricordato, per stile e tematiche, Flannery O’Connor.

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