Siri Hustvedt “L’estate senza uomini”

hust.pngicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoQuesto l’incipit: “Qualche tempo dopo che lui aveva detto la parola ‘pausa’, impazzii e finii in ospedale”.

Qualche riga dopo si scopre che “La Pausa era francese, con capelli castani lucidi ma senza volume. Aveva un seno che si notava, di quelli veri, non si siliconati, sottili occhiali rettangolari e un gran bel cervello. Era giovane, ovviamente, di vent’anni più giovane di me, e ho il sospetto che Boris avesse sbavato dietro la sua collega per parecchio tempo prima di puntare alle sue regioni più interessanti”.

H. racconta una storia risaputa e vecchia come il mondo: la crisi del maschio cinquantenne che di fronte all’ultima occasione pianta la (fin lì) donna della sua vita, non importa se con corredo figli, per ruggire ancora un po’.

Ma “la banalità della storia -il fatto che venga replicata ad nauseam da uomini che scoprono, all’improvviso oppure poco per volta, che quello che è non deve essere per forza e poi decidono di liberarsi di donne che per anni si sono prese cura di loro e dei loro figli, e che ormai stanno invecchiando- non cancella l’angoscia, la gelosia e l’umiliazione che travolgono chi viene abbandonato”.

In effetti il libro, o meglio il modo di raccontare questa banale storia, è tutt’altro che banale: Mia Fredricksen, poetessa di modesto successo e insegnante di letteratura, viene spezzata da questo abbandono e veramente finisce al neurodeliri, ma a poco a poco si ricompone.

Racconta il dolore, il disorientamento (“Se Boris mi avesse lasciato dopo due, o anche dieci anni, il danno sarebbe stato considerevolmente inferiore. Trent’anni è tantissimo, un tempo durante il quale un matrimonio mette radici, diventa quasi incestuoso”), il senso di irreparabile perdita (“Quante volte mi aveva guardato con l’espressione di un bambino felice dopo che gli avevo lavato i capelli nella vasca da bagno? Quante volte mi aveva abbracciato e cullato quando ricevevo una lettera di rifiuto? Capite, anche quello era Boris. Anche quello era Boris”), la propria fragilità (“Reagii come reagiscono le donne: piansi”), ma anche la propria forza che le consente ancora di concludere una lettera a quest’uomo “con amore“, senza nulla chiedere.

H. la avevo incrociata alcuni anni fa leggendo “Quello che ho amato”, che non avevo neppure finito trovandolo troppo “cool” e cerebrale.

Queste caratteristiche non è che spariscano in questo libro, ma vengono ampiamente compensate da un racconto di autentica sofferenza, ma mai piagnone, e condito da una persistente nota di elegante ironia. E poi il fosforo abbonda, il che non fa mai male.

Arricchiscono il libro di racconto di un’esperienza di insegnamento di scrittura poetica con sette turbolente dodicenni, il rapporto con alcune ottuagenarie amica della madre, e l’altro rapporto con una giovane vicina di casa e i suoi due bambini piccoli, alle prese con un marito violento e forse anche manesco.

Insomma, un bel libro.

Poronga

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