Sàndor Màrai “Le braci”

brPiaciuto, ma con qualche riserva. Visto che molti lo hanno letto racconterò la trama più di quanto di solito facciamo.

Lui, lei, l’altro. Il romanzo di Marài si basa sull’eterno triangolo al quale l’autore aggiunge, quale ulteriore ingrediente, l’amicizia fraterna e di lunga data fra “lui” e “l’altro”. Anche qui quindi nulla di originale, originalità che M. penso abbia affidato tutta alle proprie capacità descrittive e di approfondimento del tema.

“Lui” è “il generale”; ultimo discendente di una nobilissima casata mitteleuropea, è colto, ormai ultraottuagenario, nell’atto di ricevere una lettera dell’ “altro”, ossia Konrad.

I due non si vedono “da quarantun anni e quarantasette giorni”,  da quando cioè Konrad, dopo una battuta di caccia nel corso della quale era stato sul punto di uccidere il generale, fugge ai Tropici.

Ma entrambi sanno che devono rincontrarsi e, puntualmente, si rincontrano. Passano una notte nel corso della quale, dopo una lauta cena per la quale il generale riapre i saloni della sua sontuosa villa fatti chiudere quarant’anni prima, si raccontano tutto: l’amicizia adolescenziale, la comune milizia, le complicazioni derivanti dalla loro differenza di censo, l’amore per la stessa donna, il tradimento di “lei” con “l’altro”, la battuta di caccia nella quale il generale tutto percepisce e tutto capisce, la silenziosa separazione dalla moglie; insomma tutte le “braci” che per anni hanno covato riesplodono in un’ultima fiammata. Dopo aver tutto detto e spiegato i due all’alba si separano consci, ora, di poter finalmente terminare le loro vite.

Come si vede, tutto è molto teatrale, e M. su questo calca la mano: lunghe rievocazioni, solenni spiegazioni e chiarimenti, febbrili passioni non del tutto sopite dal tempo. Ne viene fuori una robusta pietanza che, personalmente, ho fatto una certa fatica a buttar giù.

Lo stile è solenne e insistito, il ritmo lento, l’incedere altisonante e talora sentenzioso.

Si parla di sentimenti sacrali e definitivi -l’amore e l’amicizia- e si fa di tutto per sottolinearlo con grande serietà, ma senza aggiungere, mi è parso, nulla di veramente nuovo, significativo o anche solo vagamente emozionante a quanto sul tema già detto e scritto.

In definitiva questo libro l’ho trovato un po’ trombonesco e spesso, leggendolo, ho tradito una certa insofferenza.

In tutto ciò è però incastonata una vera e propria gemma, ossia la figura di Nini, balia e poi fedele serva e consigliera del generale, nume tutelare della casa, dalla placida e sovrannaturale energia.

Poronga

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5 thoughts on “Sàndor Màrai “Le braci”

  1. A mio giudizio il miglior Marai non è quello delle tanto celebrate Braci, sul cui giudizio concordo pienamente con Poronga, ma quello, finissimo, della Recita di Bolzano o quello visionario e dolente del Sangue di San Gennaro.

  2. Ma guarda come sono diversi i gusti. Meglio così del resto. Io ero rimasto folgorato, ormai 20 anni fa, dalle Braci, e davo per scontato che fosse capitato a tutti. Quello che Poronga ha trovato un calcare la mano eccessivo, altisonante e trombonesco, poco emozionante e poco innovativo, io invece l’ho trovato pieno di fascino, di sapiente ritmo teatrale e di esposizione di una cultura mitteleuropea al tramonto.
    Il mondo è bello perché e vario / e vale anche per quello letterario.
    Sono invece d’accordo con Poronga che la figura della balia-governante-reggitrice è indimenticabile.
    Quanto al Sangue di San Gennaro, è uno dei pochi che non ho letto. Rimedierò.

  3. Credo che prima di farlo, ovvero di leggere Il sangue di San Gennaro, caro Traddles, forse potresti leggere cosa ne scrive sulle pagine dell’Asino la signora Nilsson, visto che si tratta in realtà di un libro molto particolare, estremamente coinvolgente e commosso, e moderno, ma anche, sotto certi aspetti, confuso, poco chiaro, persino deludente. Credo sia un coacervo di sentimenti che la lettura sollecita volutamente e in ultima analisi ne sono rimasta affascinata come dalle qualità più compiute. Ma non vorrei gettarti tra le braccia del libro sbagliato.
    Ci tengo a sottolineare che, pur non trovando Le braci trombonesco, è vero, non l’ho amato, e temo per un difetto di esperienza, di sintonia… a volte i libri non si leggono nel momento giusto della propria vita. E questo è il peggior torto che possiamo loro fare.

  4. Cara Lucia, ovviamente avevo già letto la recensione della Nilsson. Quando parlo di qualche autore vado sempre a vedere cosa ne è stato scritto sull’Asino. Come Poronga non perde occasione di far notare, sono un tipo pedante e noi pedanti facciamo così.
    Adesso voglio aggiungere che c’è un motivo per cui non ho letto Il sangue di San Gennaro ed è esattamente quello che dici tu, sensazioni che avevo avuto sfogliandolo in libreria e credendo di capire che non era il genere di libro che poteva piacermi. Adesso però, grazie a come ne parli e nonostante i limiti che tu/voi mettete in luce, mi ha comunque incuriosito.
    Soprattutto sottoscrivo in pieno quello che dici su come il nostro stato interiore del momento determini spesso il giudizio che diamo di un libro – e nel mio caso anche se andare avanti con altri dello stesso autore o abbandonarlo – anche se non dovrebbe essere così. Dici benissimo ‘ è il peggior torto che possiamo fare ai libri ‘. Dovremmo reagire a questo torpore intellettuale, ma siamo umani. Io per esempio in questi ultimi tempi leggo solo libri di cui non riesco a parlare bene. Passerà.

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