Gianrico Carofiglio “L’estate fredda”

ca.pngBari 1992, piccoli boss crescono. La mafia pugliese non è ancora ben strutturata e scimmiotta la camorra e la ‘ndrangheta. Non che si faccia mancare nulla: pizzo, rapimenti, estorsioni, spaccio,omicidi. A livello ancora un po’ artigianale ma con grandi ambizioni, codificate da una gerarchia di tipo militare rituali di affiliazione che sembrano ridicoli ma abbiamo imparato a capire che hanno un forte e tragico significato simbolico. Formule esoteriche da far sembrare il mago Otelma un sobrio consulente finanziario, rituali da rispettare fin nei minimi particolari – addirittura la marca e il tipo di sigarette da mandare agli affiliati in carcere quando c’è qualcosa da festeggiare! – insomma quasi più materiale da antropologi che da giuristi. Ma giurista è Carofiglio che, da magistrato antimafia, conosce bene la materia.

La vicenda si svolge nell’arco dei tre mesi che vanno da poco prima dell’uccisione di Falcone a poco dopo l’uccisione di Borsellino, eventi enormi che fanno da sfondo a d altri più piccoli ma comunque inquietanti. E’ scoppiata una guerra all’interno della mafia pugliese, e si arriva al rapimento e omicidio di un bambino, figlio del boss mafioso di Bari. Tutti pensano al suo rivale, ma qui arriva il colpo di scena: costui si presenta ai carabinieri dicendo di voler diventare collaboratore di giustizia. Cosa che farà – e tutti i particolari sull’organizzazione delle cosche di cui parlavo prima li apprendiamo dai suoi interrogatori – ma negando di essere il responsabile della morte del bambino. L’indagine diventa sempre più complessa e Carofiglio è abile nel creare suspense e colpi di scena; così come è molto abile nel mescolare diversi registri linguistici, dal linguaggio burocratico dei verbali, al gergo dei malavitosi a quello dei carabinieri che spesso non è meno crudo e volgare.

Ci sono molti motivi per i quali questo romanzo può piacere, e senz’altro è una lettura appassionante, che tiene col fiato sospeso e stimola a leggerlo d’un fiato per scoprire come va a finire. Ma non convince fino in fondo, e darò almeno due ragioni.

La prima è la figura del protagonista, il maresciallo dei carabinieri Fenoglio, un torinese trasferito a Bari, un tipo un po’ troppo perfetto, come lui stesso sa, nei suoi comportamenti etici e professionali, nei suoi raffinati gusti culturali, nelle sue profonde riflessioni. Insomma, uno un po’ antipatico. A volte personaggi simili sono antipatici solo all’interno del mondo del romanzo, ma noi lettori restiamo affascinanti e li ammiriamo, ma lui risulta davvero un po’ antipatico anche se non abbiamo nulla da rimproverargli. Del resto francamente – opinione ovviamente personale – molto simpatico non è neppure Carofiglio, persona garbata e intelligente ma un po’ troppo auto-compiaciuto, fiero dei suoi gusti da élite intellettuale. E per rincarare la dose, un po’ troppo perfetta è anche l’altra protagonista, l’integerrima magistrata che dirige le indagini.

Queste sono mie sensazioni di lettore; ma c’è qualcosa di più profondo e più importante sul piano letterario che mi sembra un limite di questo libro. Carofiglio è uno scrittore in qualche modo ” civile ” e in tal senso apprezzabilissimo; credo anzi che lui stesso veda nella sua attività di scrittore un proseguimento della sua attività di magistrato. Mi sembra però che questa funzione civile a volte prenda il sopravvento su quella letteraria. Mi spiego: certe riflessioni di cui il romanzo è pieno sono apprezzabili, condivisibili e anche ben esposte. Ma starebbero meglio in un saggio di etica pratica. Mi riferisco a riflessioni sul sottile confine fra il bene e il male, fra il giusto e l’ingiusto, sul punto fin dove può spingersi il tutore della legge nell’interpretazione elastica delle regole e così via. Tutti argomenti interessanti, ma che vengono serviti al lettore in modo troppo esplicito, sotto forma di dialoghi o di riflessioni introspettive. Allora tanto vale trovarsele in testi di filosofia o diritto, magari di lettura meno facile ma che hanno il merito di andare più in profondità e fornire possibili risposte. Il grande scrittore invece sa porre questi dilemmi in forma non esplicita ma implicita, magari solo descrivendo come un certo personaggio entra in un bar e ordina un caffè, ma richiedendo al lettore un maggior sforzo e lasciandogli la soddisfazione di vivere quei dilemmi come se fossero propri ed elaborare le proprie risposte.

Spero di essere riuscito a spiegare i miei dubbi. Ribadisco comunque che come lettura di svago è senz’altro un libro che può dare qualche ora di piacevole intrattenimento.

Traddles

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