Mark Rowlands “Il lupo e il filosofo”

rowQuesto libro mi è stato prestato e consigliato da un’amica. Non ero sicuro di aver voglia di leggerlo ma alla fine l’ho fatto, anche perché nel frattempo ero stato incuriosito dal grande e duraturo successo che il libro ha avuto in Gran Bretagna negli ormai nove anni da quando è uscito. Rowlands ha insegnato filosofia in varie università e in vari paesi, ma è un professore un po’ strano: giocatore di rugby, pugile dilettante in gioventù per sbarcare il lunario, grande bevitore. Insomma, una specie di Bukowski della filosofia. In università si presentava, fra lo sconcerto e l’entusiasmo degli studenti, col suo lupo – non cane lupo ma vero lupo – che stava sotto la cattedra lanciando di tanto in tanto dei possenti ululati. E al lupo ha dedicato, dopo la sua morte, questo libro, uno strano miscuglio di etologia, filosofia, autobiografia e romanzo. In sintesi, un po’ Jack London, un po’ Kerouac, un po’ Nietzsche. Il meticciato culturale può produrre risultati ottimi o sgangherati. Qui a mio parere siamo più o meno a metà strada. Non mi sento di dire che il risultato sia un completo fallimento, ma non ho provato il fascino che altri hanno dichiarato per questa miscela di generi.

Rowlands si è affezionato in modo particolare al suo lupo, dal quale dice di aver tratto importanti lezioni di vita. Lo definisce come il suo migliore – e unico – amico, il che solleva qualche dubbio sul suo rapporto con gli altri esseri umani, che lui vede più come appartenenti al genere delle scimmie, contrapposte coi loro difetti alla saggezza dei lupi. Del resto, egli stesso si definisce un misantropo e ritiene anzi che per fare filosofia occorra essere in qualche modo degli esseri sradicati. I suoi undici anni di convivenza col lupo gli hanno insegnato molte cose sulla vita, la morte e la felicità, che lui cerca di condividere col lettore grazie a richiami ai filosofi, classici e contemporanei, di cui si è occupato professionalmente. Piccola nota a margine: stranamente, in un libro in cui si parla molto di diritti degli animali, scritto da un autore che ha dedicato buona parte della sua attenzione professionale a questa materia, non viene mai citato il filosofo che più di tutti ha meditato e scritto sull’argomento, Peter Singer: ma saranno beghe fra filosofi. Il libro, almeno in Gran Bretagna, è classificato fra quelli di filosofia, ma se vi incuriosisce non spaventatevi, si tratta di filosofia divulgativa comprensibile a tutti. E si parla molto, ma sempre a livello semplice, di biologia, evoluzione e comportamenti sociali. E naturalmente anche di sentimenti, perché questa è soprattutto la storia di un affetto e una convivenza fra un uomo e un lupo, simbolo archetipico del male e dell’oscuro, ma anche progenitore del cane che diventerà invece l’amico più fedele dell’uomo.

Insomma, gli ingredienti per un libro di fascino ci sono tutti, ed evidentemente molti lettori in tutto il mondo hanno sentito questo fascino. Io non posso dire altrettanto, ma forse si tratta solo di una mia minore sensibilità ( o forse solo che a cani e lupi preferisco i gatti ? ). Io capisco benissimo e condivido che dal rapporto con gli animali si possono imparare molte cose utili sia per il nostro benessere interiore sia per la convivenza sociale; però francamente mi cascano un po’ le braccia quando neppure all’inizio del libro ma nelle ultime pagine, a mo’ di considerazioni finali che tirano le fila di tutte i temi del libro, si dice: ” Se vivere con Brenin mi ha insegnato una cosa, è che la superiorità è sempre e solo in un determinato ambito. Inoltre quella particolare superiorità probabilmente risulterà essere una deficienza altrove. ”  Sono necessari undici anni di convivenza e di attenta osservazione del comportamento di un fiero animale? A me sembra che sia sufficiente un giro in metropolitana in una delle nostre caotiche città, se si ha la volontà di tenere occhi e orecchie aperti e di prestare attenzione a ciò che dicono e fanno quelle che Rowlands chiama con un lieve fastidio le scimmie umane, e che io preferisco chiamare, con altri filosofi coi quali mi sento più in sintonia, i nostri ” fellow humans “.

Traddles

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One thought on “Mark Rowlands “Il lupo e il filosofo”

  1. mah, se non posso dire di essere rimasta entusiasta dalla lettura di questo libro, ho però apprezzato il modo in cui il ‘filosofo’ impara dal ‘lupo’. per una volta i rapporti tra uomo e mondo animale vengono capovolti e l’animale presentato come la creatura superiore. gli esseri umani non solo possono, ma dovrebbero, imparare dagli animali – anche (se non soprattutto) in una sfera come quella dell’etica. un punto di vista, come dire’ , quanto meno rinfrescante.
    Brenin poi è indimenticabile, altroché simbolo del male e dell’oscuro!

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