Luis Sepùlveda “La fine della storia”

sepu.pngIl recente “ritorno” in libreria di una vecchia gloria come lo scrittore cileno Sepulveda è un po’ come se i Pink Floyd pubblicassero un nuovo album. Se ne ritiene assolutamente obbligatorio l’acquisto seppur provando un irrefrenabile sentimento frammisto di rimpianto nostalgico e di scettica attesa. Quindi se ne inizia la lettura (o l’ascolto,  alla ricerca dell‘inimitabile impronta di chi ha fatto la storia della musica (o della letteratura) della nostra gioventù perduta. E alla fine subentra un senso di pace, anche e solo per il piacere di ritrovare lo stile narrativo di chi ben conosce il mestiere pur senza prodursi nel nuovo capolavoro, ormai impossibile. Per l’occasione l’ex martirizzato dal regime di Pinochet e in seguito guerrigliero in Nicaragua, ma da anni risiedente in Europa, torna a Santiago sul luogo del delitto. O meglio, ci fa tornare in sua vece il protagonista, Belmonte, anche se questi, a differenza dell’autore, si è limitato a ritirarsi in campagna con Veronica, la donna della sua vita, a sua volta vittima della brutale ferocia di quegli anni.

Ne nasce un intreccio di sapore internazionalista, ma che evita fortunatamente un ritmo di stampo poliziesco, dove troviamo ex militari del KGB, vecchi cosacchi nazionalisti, ex guerriglieri rimasti “compagni” ed ex sicari di regime reclusi, in una città totalmente modificata e resa anonima da una rincorsa che ha cancellato troppo in fretta il suo più recente passato. Ma il protagonista non può farlo, perché, ci dichiara sin da subito: “Non si sfugge alla propria ombra. Non importa dove stiamo andando, l’ombra di ciò che abbiamo fatto e siamo stati ci perseguita con la tenacia di una maledizione, ed è proprio allora che bisogna agire per poter decretare la fine della storia”. Fine della storia che vorrebbe essere lievemente a sorpresa, ma credo che i più scafati siano in grado di anticiparla anche prima di giungere, insieme a Belmonte e a Veronica, vicino alle mura di quel carcere dove si stanno scontando i crimini della tristemente nota Villa Grimaldi. Quel luogo dell’orrore dove oggi, si legge nel romanzo, sorge un gioioso parco giochi.  Si, mi è piaciuto, se questa è la finale domanda.

Davide Steccanella

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