Mordecai Richler “Solomon Gursky è stato qui”

riMoses Berger è un ex ragazzo prodigio rovinato dall’alcool. Figlio di L.B., misconosciuto poeta che vive diviso fra la grandezza della sua poesia e la piccinerie della sua esistenza, si imbatte per la prima volta nella dinastia Gursky quando, a seguito del padre divenuto un pennivendolo al servizio dello straricco e strapotente Bernard Gursky, viene inviato alla sontuosa festa di compleanno del figlio di questi, Lionel.

Moses entra a questo punto in un labirinto rappresentato dalla storia/saga della famiglia Gursky, che ne condizionerà tutta l’esistenza.

In particolare Moses tenta di far luce sulla scomparsa del fratello di Bernard, Solomon, uomo dalla straripante personalità che, grazie a una principesca vittoria a poker ottenuta quando era poco più che un adolescente giocandosi i risparmi dei genitori (naturalmente ignari), dà il via alla fortuna della famiglia.

Solomon, in forte contrasto con Bernard, violento e senza scrupoli ma soggiogato dal fratello, scompare misteriosamente a bordo del suo aereo personale in una notte di bufera.

Solomon viene dato per morto, ma la cosa non convince Moses che comincia a cercare, cercare e cercare.

In questa ricerca viene ripercorsa la storia dei Gursky lungo cinque generazioni a partire da Ephram, mitologico uomo polare di stretta osservanza ebrea, unico sopravvissuto di una disastrosa spedizione al Polo, e di cui resta una sola ma impressionante fotografia.

Il racconto procede “alla Richler”, ossia in modo tortuoso e sussultante, con continui salti e retroversioni da una generazione Gursky all’altra, e con qualche pausa dedicata a raccontare -anche qui senza particolari preoccupazioni cronologiche- cosa sta combinando Moses fra una sbornia e una disintossicazione e l’altra.

Il libro è nel complesso piacevole, ma rimane una buona spanna sotto alla “Versione di Barney”, pur essendo riconoscibilissima la mano, unica, dell’autore.

Pochissimi i momenti esilaranti, che anzi si riducono praticamente a uno quando Solomon, innamorato di Lucy Gursky che ha la mania del teatro, durante la rappresentazione de “Il diario di Anna Frank”, onde por termine al supplizio, all’irrompere della Gestapo balza in piedi urlando: “È in soffitta! Cercate in soffitta!”.

Di veramente bello ho trovato la lettera di Diana Morgan (donna con un occhio azzurro e un altro castano, e splendida amante di Solomon) a Moses, nonché questi versi:

Dite pure che sono stanco, dite che sono triste,

dite che salute e ricchezza mi hanno abbandonato,

dite che invecchio, ma aggiungete:

Jenny mi ha baciato”.

Poronga

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One thought on “Mordecai Richler “Solomon Gursky è stato qui”

  1. Sì, il mio ricordo di questo libro coincide con l’opinione di Poronga. Tutto sommato uno dei meno riusciti di Richler, il che non vuol dire che non valga comunque la pena di leggerlo. L’inizio, per esempio, è fulminante, poi cala un po’ ( il contrario di Barney, che inizia lento e poi vorresti che non finisse mai ). La debolezza del romanzo secondo me sta nel fatto che vorrebbe essere una epopea di una famiglia, di un paese e di un’epoca; ma Richler è troppo affabulatore e troppo poco razionale e sistematico per dipingere un quadro coerente. Come dice Poronga, saltano di continuo i riferimenti cronologici e l’attenzione del lettore è messa a dura prova. Se però invece che come un’epopea lo prendete come una serie di vignette, leggendolo magari qui e là – accettando in questo il suo disordine creativo e magari ritorcendoglielo contro con uno sberleffo barneyano – potrete ritrovare lo spirito di Richler.

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