Jonathan Safran Foer “Eccomi”

sfJacob e Julia hanno da poco passato la quarantina. Esponenti della upper class americana ebrea (lui è uno sceneggiatore e scrittore di un certo successo, lei una architetta di talento, per quanto penalizzata dalla famiglia) hanno tre peculiari e precoci  figli maschi dai 13 anni in giù, un cane che nell’economia familiare non è meno importante,  e vivono a Washington in una bella casa.

Entrambi intelligenti, arguti e spiritosi, si vogliono sicuramente bene, e molto, e vivono una vita più che buona, almeno apparentemente. Certo, gli ardori sessuali non sono più quelli di un tempo, ma c’è intesa e scambio in un ménage familiare tutt’altro che monotono.

A un certo punto Julia trova un cellulare e con l’aiuto del figlio maggiore Sam, nativo digitale, riesce a sbloccarlo: apprende così che il marito scambia messaggi, che definire “hot” è un eufemismo, con una sconosciuta signora.

Questo apre una crisi che viene raccontata nell’intero romanzo. La storia si intreccia con le eterne problematiche dell’essere ebrei: la forte identità (“Con ingegnosità, forza e determinazione abbiamo fatto ciò che gli ebrei hanno sempre fatto: siamo sopravvissuti”), l’irriducibile diversità, le relazioni con gli altri, il cosmico pessimismo (“… gli era rimasta la consapevolezza che tutto quello che è successo una volta può succedere di nuovo, è probabile che succeda di nuovo, deve succedere di nuovo, succederà.”), un timore del futuro che non si riesce mai completamente a superare (“Siamo un popolo traumatizzato”),  l’irrisolto rapporto con Israele e con gli israeliani, il senso di accerchiamento (“ Se la nostra storia ci ha insegnato qualcosa, è che essere forti è più importante che avere ragione”).

A un certo punto S.F. immagina anche uno scontro finale fra Israele e tutti gli Stati arabi e musulmani che genera un discorso televisivo, in effetti piuttosto emozionante, col quale il primo ministro israeliano chiama alla guerra tutti gli ebrei del mondo, e a cui Jacob risponde (donde, credo, il titolo “Eccomi” che riprende la risposta di Abramo alla chiamata di Dio).

Quella narrata tuttavia è una storia fondamentalmente privata, seppur saldamente collocata nel contesto generale di cosa vuol dire, cosa potentemente implica, ancor oggi, essere ebrei (anche se conosco ebrei che non mi sembrano così condizionati dalla loro origine).

S.F. è uno scrittore decisamente ottimo, e “Eccomi” è complessivamente superiore al bel romanzo, credo d’esordio, “Ogni cosa è illuminata”, anche se non tocca il picco che quest’ultimo raggiunge quando racconta una terribile notte in cui gli ebrei vengono trucidati dalle SS (a proposito: io capisco la condizione degli ebrei, però tutta questa “ebreità” che monopolizza i libri di S.F. trovo che alla lunga stufi e soprattutto rischi di erigere steccati anziché abbatterli).

Quello che però mi ha colpito negativamente del romanzo è che tutti i suoi protagonisti sono persone maledettamente complicate, quasi indecifrabili, incapaci di vivere sentimenti semplici e naturali a partire dall’amore, anche quello per i figli (“… era troppo amore per essere felici. Amavo il mio bambino al di là della mia capacità di amare, ma non amavo l’amore. Perché era opprimente. Perché era necessariamente crudele”).

Niente è mai chiaro, tutto è come minimo ambivalente, al punto che l’unico sentimento semplice e naturale è quello che i membri della famiglia nutrono per il cane Argo.

Siamo individui infranti, che si impegnano in quella che sarà un’unione infranta, in un mondo infranto”. Brrrrrr….

Ciò detto il romanzo è tutt’altro che un monotono piagnisteo; per esempio i dialoghi sono arguti, brillanti, talora esilaranti, e spesso vi sono considerazioni quantomeno ficcanti, come questa:

Alcune religioni puntano sulla pace interiore, altre sul rifiuto del peccato, altre sulla lode. L’ebraismo punta sull’intelligenza sotto il profilo testuale, rituale e culturale. Tutto è studio, tutto è preparazione, un perenne riempire la cassetta degli attrezzi mentale finché non si è preparati per qualunque situazione (e la cassetta troppo pesante per essere trasportata). Gli ebrei costituiscono lo 0,2 per cento della popolazione mondiale ma hanno ricevuto il 22 per cento dei premi Nobel – il 24 per cento se si escludono i Nobel per la pace. E non essendoci un Nobel per l’essere sterminati, per una decina d’anni gli ebrei non ebbero molte possibilità, quindi la percentuale effettiva è ancora più alta. Perché? Non perché gli ebrei siano più intelligenti degli altri; è perché gli ebrei puntano sul genere di cose che vengono premiate a Stoccolma. Gli ebrei si allenano per il Nobel da migliaia di anni. Ma se ci fossero dei premi Nobel per la soddisfazione, per il senso di sicurezza, per la capacità di lasciarsi andare, quel 22 per cento -24 senza la Pace- avrebbe bisogno di un paracadute”.

Poronga

2 thoughts on “Jonathan Safran Foer “Eccomi”

  1. Riconosco la bravura di Foer, ma l’ho trovato anch’io maledettamente complicato, neanche fosse un saggio di economia avanzata… e poi un linguaggio spesso tremendamente volgare e violento (non sono un puritano, ma il troppo è troppo…). Insomma, ho abbandonato

    • Ho scritto queste righe prima di leggere quello che già diceva qualche mese fa poronga, con il quale sono fondamentalmente d’accordo ad eccezione di quando sostiene che i protagonisti di ‘Eccomi’ sono persone tremendamente complicate: io direi che piuttosto Foer è tanto abile da non semplificare mai nulla, soprattutto sentimenti, molle psicologiche dell’agire, ragioni dietro alle emozioni.

      A me Eccomi mi ha divertito, fatto pensare, e a tratti tremare (per lo scenario apocalittico – ma non tanto – che descrive). Lo consiglio caldamente. Non sono tanti i libri altrettanto divertenti e intelligenti.
      (A Luigi dico che il linguaggio volgare scompare del tutto o quasi dopo le prime trenta pagine o poco più dove ha una chiara funzione narrativa. Forse potrebbe valere la pena di riprenderlo in mano…)

      Detto questo, ecco le righe che avevo scritto prima di leggere il nostro p.

      Abbiamo spesso (sempre?) paura di ciò che desideriamo.
      Se da un lato la paura ci protegge dal tranello dei desideri che fioriscono e premono dentro di noi esponendoci alla punizione degli dei, il rischio che ne consegue è quello della paralisi, di una vita trascorsa al di là di un muro invalicabile che ci protegge dal
      (ci condanna a non correre mai il) rischio di metterci in gioco.

      Eccomi è un libro lucido, brillante, divertente come un film di Woody Allen, avvincente come un poema omerico. Un libro complesso, che spiega cosa vuol dire essere ebreo oggi. Cosa significa dover fare i conti con la lunga storia del popolo ebraico, e con l’esistenza dello stato di Israele.

      Questo libro, mentre ci fa ridere, mentre ci mostra le mille sfaccettature di una questione insolubile, ci parla di noi. Noi che non siamo ebrei, ma conosciamo la paura. E il desiderio. Noi che viviamo in esilio e spendiamo la nostra esistenza nel tentativo (più o meno riuscito) di trovare la strada che infine ci condurrà a casa. A una vita che ci appartenga davvero.

      La storia di Jacob è la storia di un esilio e di un lento, faticoso ritorno a casa.

      Eccomi, “hinneni”, è la risposta di Abramo quando Dio gli chiede di sacrificare suo figlio.
      Quale sacrificio siamo pronti a compiere per essere fedeli alla nostra vita, alla cosa che per noi conta di più, a noi stessi?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...