Kader Abdolah “La casa della moschea”

abd.pngKader Abdolah è uno scrittore iraniano dai bellissimi baffoni, che dopo aver scritto un paio di libri, nel 1985 è stato costretto a lasciare precipitosamente il suo Paese per evitare guai dal regime degli ayatollah di cui era oppositore. Dopo qualche peregrinazione, trova rifugio in Olanda e in olandese ha scritto gli ultimi suoi libri, fra i quali questo.

Il romanzo è ambientato a Senjan, città nel cuore della Persia e racconta, a partire dagli anni ‘60 fino all’avvento del regime khomeinista, la storia della famiglia più in vista del luogo che abita in una casa che, appunto, è costruita a ridosso della moschea. L’indiscusso e autorevole capo di questa famiglia è Aga Jan, principale protagonista del romanzo. È un uomo saggio, paziente, tenace, che nel corso degli eventi si scoprirà essere anche fiero non meno che coraggioso.

Capo del bazaar della città e proprietario di una fabbrica di splendidi tappeti, vive con la sua famiglia tranquillamente e agiatamente nel periodo del regime filoamericano dello scià Reza Pahlavi, essendo punto di riferimento di tutta la comunità.

Trattasi di una famiglia vasta e variopinta nella quale spiccano molte figure quali la bella e fiera moglie di Aga Jan, il fratello cieco muezzin e vasaio, l’imam della moschea, il suo inquietante sostituto Ghalghal, il giovane Shahbal, nel quale credo risiedano forti elementi autobiografici dello scrittore, le nonne, Zenyat, la modesta moglie dell’imam che però la rivoluzione khomeinista cambia totalmente, Nosrat, il fratello di Aga Jan che è forse il personaggio più riuscito del libro: uomo scapestrato e senza regole, che va e viene nel suo lavoro di telereporter (spassosa è la sua irresistibile tendenza a consumare rapporti sessuali nei luoghi sacri della moschea, il che gli dà una ebbrezza tutta particolare), e al quale Abdollah fa dire la frase forse più forte del libro, che condanna senza appello ogni fondamentalismo:

Siccome sono tutti timorati di Dio, hanno paura anche di tutto il resto: paura della radio, della televisione, della musica, del cinema, del teatro, della felicità, delle altre donne, degli altri uomini. Amano solo i cimiteri. Lì stanno bene, dico sul serio, sei mai stato al cimitero con loro? Di punto in bianco prendono vita, si comportano in modo più allegro del solito, stanno bene in mezzo ai morti. Per questo sono fuggito da questa casa fin da giovane”.

Il quadro però è più complesso, e vale quindi la pena leggere questo libro, che riflette anche non tanto la condizione quanto la concezione della donna islamica, davvero impensabile: per dire, se una moglie non dà figli può essere tranquillamente cacciata dal marito.

Naturalmente sulla famiglia si abbatte la rivoluzione khomeinista e da quel momento cambia tutto, anche il romanzo, che si trasforma in una specie di cronaca degli avvenimenti e del modo col quale questi si riflettono sull’Iran, sulla  moschea, sulla famiglia, sui suoi privilegi, sul suo benessere. Ma è proprio qui che la figura di Aga Jan viene fuori, pur essendo ovviamente costretto a subire come tutti, ma senza smettere di lottare e soprattutto senza perdere la sua dignità.

Poronga

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