Erri De Luca “Napòlide”

erri In attesa che gli Asinisti recensiscano altri libri di Erri De Luca, vi segnalo Napòlide, del 2006. Libro autobiografico di ricordi e pensieri legati a Napoli. Brevi e intensi racconti che si rincorrono in venti capitoli (Napòlide, Nervi, Commedie, Molo di Mergellina, Dicerie, Racconti a voce, Buon vento, Vulcanici, Calcio, La parola patria, Sacro di Sud, Totò, Eduardo, Paesaggio, Pescare, Giancarlo Siani, Donne a Sud, Novantanove, Maradona, Pasta).  

C’è tutto il difficile e malinconico rapporto tra il napoletano fuggito, o semplicemente partito, e la sua città. “…E se non ho il diritto di definirmi apolide, posso dirmi napòlide, uno che si è raschiato dal corpo l’origine, per consegnarsi al mondo. Mai più ho attecchito altrove. Chi si è staccato da Napoli, si stacca poi da tutto: non ha neanche lo sputo per incollarsi a qualcosa, a qualcuno. Mai più ho sputato, ho solo inghiottito, inghiottito. Il timbro sul biglietto del treno aveva il colpo furibondo di una porta sbattuta alle spalle. Ero cancellato io, non il biglietto…”. Ma alla maledizione per il distacco (“…La città mi applicava a pelle il suo motto: ‘T’aggia ‘mparà e t’aggia perdere’, ti devo insegnare e poi ti voglio perdere) e alla durezza del ricordo (“…Napoli è una città di contropelo, di quelle che sfregano unghie sulla lavagna e lama di coltello sul marmo. Ai suoi inquilini suscita sfoghi cutanei. Chiunque scende a Napoli lo sa da prima: gli capiterà di essere toccato molte volte…), seguono descrizioni della città natale – apparentemente odiata ma in realtà profondamente amata – attraverso i suoi odori (“…ragù prima che un sugo da domeniche era un bisogno di produrre odore, fumo soave, incenso di cucina in opera. Più che addentare in fretta un maccherone intinto era, anzitutto e dal giorno prima, notizia di ragù: sparsa nel caseggiato e in strada…”) e poi attraverso i suoni (“…Ho avuto un’infanzia acustica, l’udito era l’organo maestro. Napoli dopo la guerra gridava a gola tesa, alle finestre salivano ingiurie, maledizioni, pianti, percosse…Contro quest’insonnia di gridi a spaccatimpano, ho amato le voci…). E poi c’è lui: il “forno colossale”, “un faro piantato nel sistema nervoso” di un popolo “tellurico” che abita “la striscia tra il vulcano e i pesci…”. “Un popolo tellurico, lo riconosci da come guarda il mare: con affidamento” perché anche quando è in burrasca è pur sempre una via di fuga.

Anche a questo libro di Erri De Luca calza perfettamente il bel commento di Lucia ai “ Tre cavalli”: “…scrive a nervi scoperti anche se le parole sembrano trattenute da una volontà sotterranea di tacere”. Forse però qui il sotterraneo piano piano emerge, e in modo struggente: basta essere un lettore napoletano, nato negli anni ’50, partito per non tornare…

 

Oleandro

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