Marcel Proust “La prigioniera”

prigQuesta parte è interamente dedicata alla convivenza more uxorio fra Marcel e Albertine, che si è trasferita a vivere (l’autore vorrebbe farci intendere in incognito, ma è difficile crederlo in presenza della linguacciuta Françoise) da lui.

In questo contesto lo spazio è in gran parte dominato dalle apprensioni di Marcel per le tendenze sessuali di Albertine, dalla gelosia, dal sospetto.

Sentivo che la mia vita con Albertine era, per un verso, quando non ero geloso, solo noia; per un altro, quando ero geloso, sofferenza“.

L’amore, o meglio, la convivenza fra M. e A. che segue all’innamoramento, e che certo amore non si può chiamare, viene presentato come la più classica delle gabbie, fonte di fastidio e nevrosi; un, appunto, eterno pendolare tra noia e sofferenza ove non vi è posto per la gioia, ma solo per un momentaneo sollievo fra una crisi di gelosia il suo dissolversi, cui peraltro immancabilmente segue la implacabile noia.

La gelosia e, conseguentemente, l’eterno sospetto, rovello, rimuginìo, sono in Marcel davvero parossistici, e il rapporto con Albertine un viluppo inestricabile.

Tutto ciò non può che portare a un altro ingrediente che si aggiunge a questa tossica miscela, ossia la menzogna, nella quale A., già tendenzialmente bugiarda di suo, trova naturale tentativo di fuga.

La diffidenza di M. diviene quindi maniacale; ogni minima cosa diventa esca di interminabili congetture che tra l’altro, spesso, si rivelano singolarmente ingenue quanto al risultato che producono.

Ancora, l’amore si rivela una palestra di egoismo, riducendosi alla paura di perdere il possesso dell’altro, ossia in pratica quella situazione di privilegio dell’amante verso l’amato che rappresenta l’unica forma di gratificazione verso gli altri che questo possesso (per ora) non hanno.

È facile figurarsi come questa ben poco invidiabile situazione rappresenti il terreno di coltura ideale della più folle, e tragicamente priva di senso del ridicolo, gelosia.

Nelle pieghe del racconto, a dir poco egocentrico, emerge inoltre un atteggiamento davvero dispotico di Marcel verso la docile e arrendevole Albertine, che giustifica appieno, anche se probabilmente non ne costituisce nè l’unico né il principale motivo, l’abbandono da parte di A. della sua prigione.

Con questo, o meglio, con l’annuncio di questo da parte di una Françoise che poco si perita di dissimulare il suo gaudio, si chiude questa sezione.

In conclusione il tema, ossessivo e noiosetto, sul quale insiste “La prigioniera”, solo in parte viene riscattato dal sempre presente virtuosismo letterario e dalla straordinaria capacità introspettiva e descrittiva di Proust.

Altri temi qui hanno poco spazio.

Memorabile mi sembra solo la sinfonia di parole con le quali  P. disserta su Albertine dormiente, e la descrizione del desolato Marcel che, muto, sta in corridoio davanti alla porta di Albertine sperando che questa in qualche modo si rifaffacci per dargli quel bacio della buona notte che ha sostituito, per quanto meno castamente, il bacio materno (pg. 111).

E qui viene un altro paradosso, perché questo Marcel così egoista, egocentrico, piagnone, ma pure indifeso e nel contempo geniale, riesce alla fine a farsi davvero voler bene.

Per il resto aleggia nel romanzo, pur quasi mai nominata, la malattia di Proust, la sua malferma salute e, ancora, il suo grande amore per la musica, sia essa quella dell’idealizzato Vinteuil o quella che proviene dai richiami dei venditori al mercato.

Poronga

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