Marcel Proust “Sodoma e Gomorra”

sodEd ecco irrompere la omosessualità, tanto maschile e femminile, vera protagonista di questa parte della Recherche, non a caso dominata, quali personaggi di spicco, da Charlus (o meglio, il Barone di Charlus, col cui accoppiamento frettoloso e un tantino animalesco con il merciaio Jupen si apre questa sezione) e Albertine, la cui segrete tendenze inquietano molto il narratore.

È singolare notare, tuttavia, che mentre l’omosessualità maschile viene -almeno a parole- trattata sì come un vizio e forse una vergogna, ma pure con una certa qual appassionata curiosità (morbosità?), che per esempio dà luogo a una elaborata e colta digressione dove l’omosessualità degli uomini viene paragonata alla sessualità dei fiori, la omosessualità femminile è invece vista con vero orrore, al punto che il narratore rinuncia e stravolge, alla fine del libro, ogni suo programma per impedire che il lesbismo di Albertine possa manifestarsi.

Certo comunque che Albertine è una figura assai singolare, torbida e voluttuosa. La disponibilità con la quale si concede al narratore e al contempo la totale anaffettività per lui (A. per esempio non mostra alcuna gelosia per le altre donne); gli sguardi lascivi che le vengono di continuo attribuiti; una certa passività nell’abbandonarsi alle passioni e ai piaceri; una totale enigmaticità quanto ai suoi sentimenti reali; tutto ciò ne fa un personaggio direi unico.

Quanto volatile e sfumata è Albertine, tanto netto è Charlus: di facili furori, dallo sviluppato e raffinato senso estetico, cultore di arti, isterico, è dominato dalla sua omosessualità (cui d’altra parte tutti fanno sottinteso ma costante riferimento quando si parla di lui o lo si vede in società) e dai modi effeminati e che sfuggono continuamente al suo controllo.

Per il resto che dire? Che il narratore ritorna a Belbec, dove quasi tutta questa parte è ambientata; che la vita mondana salottiera continua, qui specialmente con la “tribù” dei Verdurin; che in tale contesto P. infila delle pagine bellissime raccontando i soggiorni alla Raspelier (p. 1070 s.); che Swann viene un certo punto dato per morto e sparisce, è da ritenere prima della vita di società che dal romanzo, senza tanti complimenti; che altre pagine memorabili davvero P. scrive descrivendo le “intermittenze del cuore” e l’andare e venire dei sentimenti; che abbiamo anche un Proust umorista, specie quando si cimenta a inventare gli strafalcioni linguistici del direttore dell’albergo di Belbec; che P. stavolta rivolge la sua sensibilità, gusto e capacità di osservazione prevalentemente ai colori (anche se a un certo punto decide di stupire, credo ironizzando su di sé, col dire: “Oggi non saprei dire come fosse vestita da signora Verdurin quella sera. Né forse lo sapevo meglio allora, perché non ho spirito di osservazione”: p. 1018); che, infine, P., così sensibile alla aristocrazia e ai salotti, fa (p. 1100) anche una sorprendente professione di egualitarismo e addirittura di predilezione per gli umili.

Per il resto il solito Proust (comincio a capire chi mi ha detto che, al termine della Recherche si è sentito come abbandonato pensando: “E adesso?”) che, ho realizzato, insegna un nuovo modo di leggere e di seguire e insieme perdersi (e ritrovarsi) in queste sue frasi che partono, virano, guizzano ancora, imprevedibili come un gioco di scatole cinesi e di fiori che si schiudono, per poi rivelarsi nel loro significato completo e compiuto solo alla fine, come se lì alla fine ci fosse proprio lui, Proust, che ti consegna la chiave.

Infine alcune citazioni, bellissime:

Non sentivo più desiderio di vederla, e neppure quel desiderio di farle vedere che non mi importava più vederla che ogni giorno, quando l’amavo, mi ripromettevo di mostrarle quando non l’avessi più amata” (772).

La malattia è il medico più ascoltato: alla bontà, al sapere non si fa che promettere, ma alla sofferenza si ubbidisce” (803).

E d’altronde, è proprio dell’amore il renderci a un tempo più diffidenti e più creduli, l’indurci a sospettare della donna amata prima che d’un’altra e a prestare fede più facilmente ai suoi dinieghi. È necessario amare per darsi pensiero del fatto che non ci sono soltanto donne oneste, anzi per accorgersene; ed è necessario amare per augurarselo, cioè per accertarsi che ce ne siano” (869).

“… mi ero sentito a un tratto una responsabilità troppo grande, la paura di dargli dolore, e quella malinconia che nasce in noi quando abbiamo cessato di obbedire a ordini che di giorno in giorno ci nascondono l’avvenire: la paura di renderci conto che finalmente abbiamo cominciato a vivere sul serio, da adulti, la vita, la sola vita che sia a disposizione di ciascuno di noi” (995).

Nell’umanità la regola, che importa naturalmente qualche eccezione, è che i rigidi sono dei deboli che la gente ha respinto e solo i forti, incuranti di essere respinti o no, hanno quella dolcezza che il volgo scambia per debolezza” (1121).

Poronga

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