Marcel Proust “La strada di Swann”

prPer me Proust non è semplicemente un autore, ma una vera e propria esperienza letteraria come per esempio potrebbe essere, per chi ama viaggiare, New York: imperdibile.

P. in effetti è un autore unico, neppure paragonabile ad alcun altro, come unico è il suo mondo, composto innanzitutto dall’animo e dalla mente umana (vabbè, la sua, il che è tutto dire) ma anche da altre piccole ma egualmente importanti cose: le buone maniere, i riti, la vita dell’alta borghesia parigina fin di siècle, le passeggiate, i fiori.

Al servizio di tutto ciò egli pone una impressionante acutezza di analisi e comprensione introspettiva da un lato, e una straordinaria capacità descrittiva dall’altro, che rendono pienamente ragione della sua fortuna quale imprescindibile mostro sacro della letteratura di tutti tempi.

P. è capace di nobilitare anche un fatto banale tramite la sua sulla descrizione. Così nella prima parte della “Strada”, “Combray”, interamente ambientata in campagna, ci troviamo di fronte all’io narrante che racconta delle sue veglie al buio, prima del sonno; ma anche di un mondo in cui “si dà il buongiorno alla zia” che vive nel suo “appartamento particolare“; e nel quale Marcel aspetta trepidante “il bacio della buona notte della madre”, avendo costantemente a che fare con le zie, nonne, prozie, eccetera.

Accade pochissimo: qualche personaggio che va e che viene, discussioni da salotto spesso oziose (ma importantissime per coloro che le conducono); passeggiate, attenzioni quasi ossessive per la salute debole del ragazzo. Eppure è forse nella prima parte, per quanto spesso ombelicale, che P. dà il meglio di sé, per esempio scrivendo pagine memorabili sul valore della memoria (pg. 195-7 della edizione Einaudi Millenni), rispetto alle quali tutto quello che precede sembra preparatorio.

In tutto ciò P. riesce ad essere anche brioso e spiritoso: così quando descrive le elucubrazioni e le smanie di Swann in crisi di gelosia verso Odette o le passioni e gli struggimenti di Marcel per Gilberte. Altre volte è mortifero, ma pur sempre ricco di fascino, ad esempio quando descrive (7 pagine! 365 e ss.) la frase musicale che sommuove l’animo di Swann.

Questa prima tranche della “Ricerca” si compone di tre parti; la prima, già accennata, ambientata nella campagna di Combray; la seconda dedicata all’amore fra Swann e Odette; la terza dedicata all’amore del protagonista (che ho chiamato Marcel anche se il nome non viene mai menzionato, tranne forse una volta) e Gilberte, al termine del quale la ex cocotte Odette, ora signora Swann e madre di Gilberte, riappare nel romanzo, bellissima e regale.

Splendida chiusa sui ricordi, il passato “e le case, le strade, i viali [che] sono fuggitivi, ahimè, come gli anni”.

Poronga

7 thoughts on “Marcel Proust “La strada di Swann”

  1. Mah. Lo lessi da adolescente e l’esasperata ipersensibilità proustiana che illuminava moti dell’animo privatissimi e quasi senza nome mi affascino’. Temo che oggi quel lavoro di anatomia delle emozioni forse mi sfiancherebbe…

    • Tu, Poronga, l’hai letto da adulto?
      E davvero trovi Proust ‘brioso’? Capisco imperdibile e mortifero, brioso forse un po’ meno…

  2. Sì, per fortuna l’ho letto da adulto (prima, almeno nel mio caso, sarebbe stato un vero spreco).
    E per fortuna poco più che adolescente mi sono letto i classici russi, che attendo di rileggermi tutti quanti.
    Certo che qui si potrebbe aprire un bel discorso…

    • Su leggere e ri-leggere?

      O su come i libri ci influenzano/colpiscono/affascinano/ lasciano indifferenti a seconda dell’età e delle stagioni del nostro cuore?

      Eddai, poronga, apriamolo, ‘sto discorso! …non siamo qui per questo?

  3. Amici, sfondate una porta aperta! L’ho già detto più volte sull’asino che da giovane ho tentato più volte di leggere i grandi classici senza riuscirvi ed in età avanzata mi hanno affascinato….
    Non riesco a credere che un adolescente possa apprezzare “La montagna incantata” o “Delitto e castigo” come una persona matura. I giovani hanno tantissime invidiate qualità, ma non quella di avere vissuto….dote indispensabile per comprendere i recessi dell’uomo
    Poronga, ti invito a rileggere i russi da adulto.
    Proust, non l’ho letto…..ho tentato da giovane e non è andata benissimo….per ora non so dirvi…forse farò un tentativo…..

  4. Però, caro Maturin, i libri che abbiamo letto da giovani spesso rimangono al nostro fianco con maggior tenacia e passione di tanti altri letti poi… forse perché i giovani, pur non avendo ancora tanto vissuto, già posseggono un cuore capace di sentire, e intuire, ogni moto dell’animo e gioie e sofferenze che ancora, a volte, non hanno avuto modo di attraversare? E non sono spesso i dolori più grandi quelli che viviamo da bambini, e la gioia, l’allegria più pura e luminosa, non è quella di chi vede il mondo con occhi ‘nuovi’?

  5. Stavolta debbo manifestare il mio rispettoso dissenso da quanto dice Mr. Maturin.
    Secondo me ci sono dei classici, e fra questi metto praticamente tutti i russi, ma avrei altri esempi, che è addirittura meglio leggere da giovani.
    Io per esempio rimasi così colpito dalle pagine de “L’idiota” in cui Dostoevskij descrive lo stato che precede gli attacchi epilettici del principe Myskin, che mi ricordo addirittura dove ero e cosa facevo quando le lessi.

    PS: il tema è stato già affrontato da Silver 3 e da Tiresia; lo trovate in “Asino dibattiti”.

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