Lev Nikolaevic Tolstoj “Anna Karenina”

 

tolNon avevo ancora letto A.K. ai tempi della classifica  sull’Asino dei migliori romanzi mai scritti, e pertanto non lo avevo citato (come alcuni hanno fatto…).

Ora l’ho letto e non ho ancora deciso come posizionarlo, ma sicuramente lo metterei nei primi posti.

Ho trovato la storia di A. molto dirompente. Da maschio, con tutte le limitazioni del caso e rendendomi conto di camminare su di un terreno minato, mi sento di azzardare la definizione della protagonista come di una “proto femminista”.

La nobiltà russa della fine del’ 800 non è stata certo una classe sociale capace e trasparente, sia da un punto di vista economico che politico, ma il vero suo tallone d’Achille è sicuramente il suo codice culturale.

La famiglia è sacra, la religione pure, le apparenze e le consuetudini ancor di più.

Trasversale a tutto ciò vi è un edonismo sfrenato e decadente, una ricerca del piacere compulsiva (piacere consentito o meno, poco importa..) in virtù della quale ogni mossa, purché sotterranea e nascosta, è assolutamente lecita.

In questo quadro, caratterizzato da una ipocrisia patologica, si muove la nostra protagonista. Sono tempi difficili e la sua vita non sarà facile.

La prima peculiarità di Anna è quella di non accettare la consuetudine dell’epoca: non credo che la sua qualità più saliente sia la dedizione all’amore ed alla passione (ciò mi sembra addirittura marginale nel contesto del romanzo), ma penso che la sua caratteristica fondamentale sia il rifiuto di celare le sue passioni e la sua vita interiore, sotto la coltre di menzogna, che la classe sociale le richiedeva. L’amore sicuramente c’entra, ma sono convinto che non sia tutto. L’affermazione di Anna è qualcosa che a che fare con il sé, di cui l’amore è componente ma non è il tutto.

Anna avrebbe potuto amare carnalmente e spiritualmente il suo mante, come tutte le nobildonne facevano di nascosto in continuazione, senza provocare alcun squilibrio sia in famiglia che in società, ma Anna non è in grado di accettare proprio questa mistificazione. Non ho detto che fa bene o che fa male e non lo dirò neppure sotto tortura, ma sostengo che questo è il primo passo verso una rivendicazione della propria personalità, dei propri bisogni, del possesso del proprio corpo  e del valore dei propri sentimenti.

Anna mi è simpatica, è una perdente, ma mi piace proprio (anche se forse avrei preferito non essere il suo amante..). Forse, avrei adorato essere un suo amico intimo….

Ovviamente penso che tutto ciò fosse una assoluta novità per il suo tempo ed è perciò che mi vien voglia di definirla “proto femminista”.

Veniamo al romanzo in sé: non c’è bisogno di dirlo…è di una assoluta bellezza.

Io però, non posso fare a meno di ricordare almeno alcune scene che sono veramente dei capolavori.

La prima è l’incontro casuale di Vronskij con Anna, quando questi va a ricevere sua madre arrivata in treno ed incontra casualmente Anna che esce dallo scompartimento in cui a viaggiato con la madre. E’ una scena magistrale: Tolstoj non dice quasi niente, sono pochissime frasi, apparentemente banali, ma il lettore viene assolutamente colpito dalla certezza che tra i due sia accaduto qualcosa di ineluttabile e incontenibile. Le loro vite, da questo momento i poi, non saranno più le stesse, entrambi sono stati toccati da un desiderio profondo, ma che è anche forse un danno irreparabile.

In questo frangente T. opera una vera magia: non scrive quasi nulla, ma ci rivela assolutamente tutto. Vi invito a rileggere questo passo. E’ incredibile…

La seconda che mi ha entusiasmato è invece una scena agreste di grande potenza.

E’ una scena bellissima ed estremamente serena.

Levin è in campagna, la sua campagna. Egli ama il suo lavoro, i suoi campi coltivati, i suoi moujik. Egli, che svolge un lavoro dirigenziale, ama anche il lavoro fisico, la fatica, il caldo e il sole: ama il gesto liberatorio del contadino. Il lavoro manuale è un antidoto alla fatica ed allo stress di quello intellettuale e la vita semplice ed agreste costituisce una attrazione irresistibile.

Levin ama il cibo povero e sano, così lontano dai banchetti decadenti e lussuosi di Mosca, nei quali ormai egli si sente un perfetto estraneo.

Una mattina decide improvvisamente di andare a fare un po’ di esercizio fisico: andrà a falciare i campi insieme ai suoi contadini. Sarà una giornata, lunga e dura, nel sole accecante, ma  memorabile per i suoi sentimenti.

Egli lavorerà al fianco di personaggi semplici e sinceri, tra cui in particolare un vecchio contadino del quale conserverà un ricordo piacevole e rassicurante. Sarà anche una giornata un po’ rivelatoria, perché contribuirà a guidare le scelte di L. per il resto della sua vita.

T. scrive molte pagine su questa semplicissima giornata, sulla pausa per il modestissimo pranzo ed il riposo meridiano, e sono pagine maestose, pittoriche. Si vede la lunga fila di falciatori che avanza: davanti il mare di spighe che ondeggiano al vento, alle spalle il soffice tappeto del tagliato. Si vedono i colori della campagna, se ne sente la calura, si respirano i profumi. Non si può fare a meno di ripensare alla migliore cinematografia che successivamente ha esaltato questi aspetti e soprattutto al lavoro dei migliori impressionisti che tanto hanno attinto a piene mani da questo tema.

Si tratta di un passaggio molto rassicurante, forse oggi diremmo anche un po’ mistificatorio. La vita agreste, al di là del fascino estetico, ha sicuramente dei profondi lati negativi che ognuno di noi ben conosce (ed anche il nostro L. li ha presenti…) ma si tratta in ogni caso, di una parentesi distensiva tra le continue difficoltà della vita: la contemplazione della natura nella sua semplicità, contrapposta alla complessità del progresso.

L’ultima scena su cui voglio focalizzare l’attenzione, è invece, una scena altamente drammatica. Tutto è finito.

Vronskij sta viaggiando su un treno diretto al fronte al fronte, dove combatterà al fianco degli Slavi Cristiani contro l’Impero Ottomano.

Vi è un incontro sulla banchina di una stazione, durante una pausa del viaggio tra questo uomo distrutto e Seghjej Ivanovich in cui tra i due uomini si instaura una profonda intimità.

Serghjej è un intellettuale ed ammira l’eroismo dell’altro che è pronto a morire per andare a difendere quelli che considera fratelli cristiani.

Vronskij mostra le sue ferite spirituali e non si considera un eroe: è semplicemente un uomo disperato in cerca di una morte dignitosa, e non lo nasconde.

La scena è studiata magistralmente. Vronskij ha pure male a un dente e ne soffre visibilmente: sta andando in guerra a morire con il mal di denti e questo contribuisce a togliergli anche l’ultima parvenza di epicità. E’ veramente finito e lo scrittore ci elargisce anche quest’ultima sua debolezza, del mal di denti, per suscitarci ancora più dolore nel vederlo andare incontro al suo drammatico destino imminente. V. è stato un uomo che ha vissuto una vita ricca ed agiata, ha inseguito i suoi sogni, ha scelto di vivere come ha voluto, ha provato l’amore travolgente, l’intensità della passione. Ha avuto molto dalla vita. Forse è stato eccessivamente egocentrico ed egoista, ma dalla vita è stato travolto e ne è stato anche una vittima. Ora non può che inspirarci che una grande compassione.

La fine del romanzo invece, mi ha lasciato  molto perplesso.

Francamente avrei preferito finisse con l’ultima potente scena descritta e invece T. non è contento.

Ci riporta ad una situazione tranquillizzante, ma non è questo che mi infastidisce…il fatto è che ci descrive il materialista e razionale Levin che viene colto da crisi mistica.

Dopo una vita riflessiva e laica, in cui si è interrogato sul valore della giustizia umana, sul senso della vita terrena, sui suoi pregi i suoi difetti e sul senso etico che trascende le religioni, fa improvvisamente un passo che personalmente considero un passo indietro: sposa la religione, abbraccia la fede, smette di farsi domande, si mette il cuore in pace e decide di continuare a vivere come un buon cristiano, con la sua bella famigliola ed i suoi privilegi.

Rimango perplesso.

Mr. Maturin

 

10 thoughts on “Lev Nikolaevic Tolstoj “Anna Karenina”

  1. Ho molto amato Anna K, e tra i personaggi (da donna) Levin, non Anna. La scena di Levin nei campi che racconta M è tra le più belle del romanzo anche per me, che invece ho apprezzato il finale scelto dal grande Tolstoj segnato da una profonda evoluzione spirituale (non semplicemente religiosa) di Levin.

      • Cara Lucia, ho riletto come promesso, la fine di Anna Karenina, per valutare se l’avevo presa con superficialità.
        Devo dire che non mi sono ricreduto, anzi, sono ancora più convinto che questo finale non mi piace proprio e ti illustro la mia opinione.

        Nell’ultimo capitolo Levin, ricordando il momento della morte del fratello, pensa che ogni uomo “trova davanti a sé null’altro che sofferenza, morte ed oblio…” e pensa che in questo modo non si possa vivere e che sia indispensabile trovare una soluzione o, diversamente, occorra “spararsi”.
        Bene, a questo interrogativo drammatico egli risponde nel modo più antico del mondo, ovvero, decide di ricorrere a Dio, come migliaia hanno fatto prima di lui. Decide di credere improvvisamente ad una vita futura che dia un senso a quella terrena.
        Ma, mi domando, se così non fosse? Se Dio, la vita ultraterrena non esistessero? Se il nostro corpo, quel che crediamo la nostra anima, altro non fossero che particelle di energia?
        Chi può dare una risposta a questo drammatico interrogativo?
        Nessuno.
        Di conseguenza, o ci convinciamo che Dio esiste o ci spariamo?
        Temo che queste non siano in ogni caso le soluzioni.
        Mille volte, anche sull’Asino, ho parlato della difficoltà dell’esistenza, mille volte ho parlato del dolore, ma in nessuno di questi momenti, mi è venuto in mente di inventarmi un Dio consolatore. Neppure mi permetto di sostenere che non esista, ma mi oppongo con forza all’idea che esista sicuramente e che sia la soluzione alle nostre domande, ai nostri drammi, al terrore che ci incute la nostra morte.
        Preferisco vivere come se non esistesse e non spararmi (come indicherebbe il nostro Levin). Preferisco pensare di amare,leggere, ascoltare musica e poesia, correre nei prati o su per le montagne, tendere la mano a qualcuno, essere utile ad un compagno, cercare il mio piacere e pensare ad una umanità dove il piacere possa esistere.
        Non è facile,non è per niente facile, sarebbe certamente più semplice avere una crisi mistica ed abbracciare una religione un po’ meno peggio delle altre.
        E invece non riesco ad arrendermi. Insieme agli altri uomini increduli affronto il dolore, il senso di abbandono e il timore della morte, la frustrazione dei miei desideri….e così vivo, nella tempesta, senza l’aiuto di Dio.
        Hai ragione Lucia: l’evoluzione di Levin non è solo una crisi religiosa, è qualcosa di più profondo, una evoluzione spirituale come dici tu, ma temo che sia proprio questo che non condivido: è questa decisione di trovarsi da un momento all’altro una via più semplice per vivere, che, se fosse vera, mi convincerebbe….ma purtroppo non riesco a viverla che come un eterna semplice illusione…..

        Ad un certo punto L. si chiede come avrebbe potuto vivere senza la guida di Dio. Sarei stato malvagio, pensa.
        “ …ruberei, mentirei, ucciderei….”
        E per non fare tutto ciò, abbiamo proprio bisogno di Dio?
        Fortunatamente non lo credo proprio e non lo voglio credere!
        Per avere un etica, penso che dobbiamo credere nell’uomo. Non è facile, visto quel che l’uomo combina, ma questa è sicuramente la strada.
        Un’etica che noi scegliamo perché siamo uomini e non un’etica che ci è imposta da una rivelazione.

        E L. continua (e mi piace sempre meno) “…e che si debba amare un altro, non poteva scoprirlo la ragione, perché è una cosa irragionevole…”
        Irragionevole? Amare gli altri (leggi in chiave contemporanea: rispettare gli abitanti del pianeta, non devastare l’ambiente, centellinare le risorse, proteggere tutti i cittadini del mondo….) è irragionevole?? Secondo me, “irragionevole” è esattamente il contrario! Ma allora, che cosa c’entra Dio, che cosa c’entra la fede? E’ la ragione che ci dice che , se vogliamo esistere, dobbiamo esistere insieme agli altri e collaborare perché la fine non ci colpisca indiscriminatamente tutti.
        L’uomo non vive più da migliaia di anni nello stato di natura. Vive nello stato di cultura e quindi ha superato il semplice meccanismo della legge di sopravvivenza. L’uomo ha capito, con la ragione, che il principio di sopravvivenza è utile agli animali, che vivono in un ambiente commisurato ad un numero ristretto di individui, ma che in un ambiente “affollato” e complesso quel principio non ha più alcun senso: occorrono scelte strategiche e quindi razionali. Altro che fideistiche…

        Ovviamente mi rendo conto che nella Russia dell’800 forse era naturale che T. descrivesse un personaggio con questo pensiero, ma se in altri risvolti del romanzo ho trovato cariche di attualità, nel finale ho riscontrato come un’incapacità di andare nel profondo dell’uomo, in modo universale, slegato dal tempo.

        Cara Lucia, credo proprio di aver detto tutto.
        Adesso, mi piacerebbe molto ascoltare il tuo parere…………

      • Caro Maturin, a questo punto devo proprio rileggermelo io il finale di AK e vedere se non sarò costretta a ricredermi…
        Da quello che dici con tanta sincera e partecipata eloquenza, penso che potrebbe andare proprio così. Benché nel mio ricordo la spiritualità cui giungeva Levin era tutta intrisa di mistico amore per l’umanità, quell’umanita’ che ha visto lavorare e faticare e gioire nella grande scena corale nei campi (e non per un Dio che guarda l’uomo dall’alto). Ma forse così avevo voluto leggerla io.

  2. Cara Lucia, è verissimo quello che dici riguardo all’amore di Levin per quel’ umanità che ha visto faticare accanto a lui nei campi, ma in realtà mi pare che questo sentimento appartenesse ad un suo periodo, precedente alla sua svolta mistica , che peraltro mi sembra un po’ egocentrica…..Quel sentimento a cui ti riferisci è più legato proprio a quella scena della “falciatura” che entrambi abbiamo così apprezzato.
    Io ho avuto la sensazione, che tra questo primo momento e la conversione finale, qualcosa non torni…e sono rimasto un po’ deluso. Ho quasi avuto la sensazione che T. abbia voluto aggiungere un ultimo capitolo per convincerci in modo un po’ didascalico del valore della religione.
    Se avrai tempo e voglia di rileggere anche tu l’ultimo capitolo, ne sarò felice….questa discussione mi intriga….

    • A questo punto credo di aver volutamente dimenticato l’ultimo capitolo in questione, e che rileggerlo deluderà anche me…
      Ma ti saprò dire appena recupero la mia copia di AK.

    • caro maturin, ho riletto l’ultima parte di Anna Karenina.
      da un lato sono d’accordo con te sul fatto che da un punto di vista narrativo i capitoli finali corrono troppo in fretta verso la conclusione della fede. e questo, soprattutto in un romanzo con l’ampia e agevole ariosità di Anna Karenina, spinge il lettore a nutrire una certa, non infondata, delusione nei confronti di una simile chiusa narrativa. in un certo senso è vero, come tu dici, che Levin comincia ‘improvvisamente’ a credere in modo da poter trovare in Dio risposta ai drammatici interrogativi che lo tormentano.
      d’altro canto credo, tuttavia, che quella che Levin vive, ben lungi dall’essere un’affrettata, semplicistica, o addirittura utilitaristica conversione religiosa, sia un’esperienza spirituale che trasforma radicalmente la sua esistenza. la mia impressione è questa: nelle poche pagine che chiudono il romanzo, Tolstoj descrive gli sforzi razionali di Levin per spiegare quella gioia che, sì, improvvisa, gli ha riempito il cuore di esultanza, di ‘un sentimento tanto grande, tanto gioioso, che egli non osava credere in esso.’
      cosa ha sentito Levin, cosa lo spinge a parlare di miracolo? egli comprende che la risposta ai suoi interrogativi è molto semplice, l’ha sempre avuta sotto gli occhi: si deve ‘vivere per il bene’ , ‘senza interesse personale, senza ricompensa’. questo è il senso dell’esistenza, non soddisfare i propri desideri egoistici, ma ‘vivere per l’anima’.
      per questo, continua Levin, la religione ha tanta presa sul nostro animo, proprio perché si fonda su quel desiderio di bene che vive in ognuno di noi. che importa se la fede cristiana è fondata su dogmi che un freddo e scettico razionalismo non riesce a spiegarsi? la verità è che Dio è solo un altro nome per la profonda, spontanea tensione degli uomini a orientare la propria vita verso i valori morali. ecco il bellissimo e misterioso miracolo della nostra esistenza. se poi a questo miracolo vogliamo dare il nome di Dio, o invece preferiamo farci condurre attraverso la tempesta, come dici tu, caro Maturin, da qualcosa che preferiamo chiamare amore per l’umanità, o tensione etica, o compassione, poco importa. si tratta sempre della stessa cosa, dello stesso anelito verso l’amore.
      ed ecco perché Levin dice che senza Dio l’uomo ucciderebbe, mentirebbe, ruberebbe: perché quello che lui chiama Dio non è semplice, passiva, ipocrita obbedienza alle leggi imposte all’uomo dai dogmi di una religione secolare, bensì quel sentimento di comunione con la vita tutta che porta l’uomo a vivere per il bene.
      ma forse è vero che di queste cose è difficile parlare. a rileggere queste pagine di Tolstoj mi viene in mente La lettera di Lord Chandos, splendido racconto perfetto di Hugo von Hoffmannstahl. il protagonista, Lord Chandos appunto, grande letterato, poeta sublime, spiega perché d’un tratto ha scelto d’abbandonare il mondo dorato della poesia per rifugiarsi nel silenzio. la sua afasia improvvisa che lascia sconcertati gli amici e tutto il mondo delle lettere non è disillusione nella parola bensì coscienza della pienezza del silenzio, unica vera voce dello spirito. non ci possono essere, mai ci saranno, le parole che possono accompagnare l’esperienza di comunione con l’esistenza che sgorga nell’animo immotivata e improvvisa nel corso di una passeggiata solitaria alla vista di un semplice secchio posato sotto un noce…

      • Grande Luisa! La tua risposta è mirabile.
        Sono contento che tu mi conceda che quell’ultimo capitolo è un po’ affrettato ed ambiguo, ma concordo con te nell’interpretazione che dai della spiritualità di cui parla T. per bocca di Levin.

        Mi piace molto quando affermi che Dio è solo un altro nome della “profonda, spontanea tensione degli uomini ad orientare la propria vita verso i valori morali”. Sono parole convincenti, su cui dovremmo riflettere ogni giorno della nostra esistenza.
        E capisco bene quando parli degli “sforzi razionali” che Levin compie per spiegare le sue emozioni.

        Forse, come sottilmente mi fai intendere, quell’ultimo capitolo non dovrebbe essere letto fuori dal contesto globale del romanzo.
        Questa discussione, comunque, mi ha fatto modificare parzialmente il mio giudizio iniziale, per cui ne sono contento: è sempre un fatto positivo e perciò ti ringrazio.
        Credo che andrò a leggermi La lettera di Lord Chandos…..

      • Grazie M, è stato bello, appassionante, rileggere Tolstoj e parlarne con te. Mi dirai cosa ne pensi della Lettera. È un testo bellissimo, che tuttavia è stato interpretato on molti modi diversi…

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