Jòn Kalman Stefànsson “La tristezza degli angeli”

jonSecondo volume di una trilogia iniziata con Paradiso e inferno ( ce ne ha parlato la signora nilsson ). Lì il mare e le barche, qui una traversata a piedi fra ghiacci e montagne, ma sempre la lotta contro una natura selvaggia e spietata, alla ricerca di se stessi e del senso della vita. Troviamo lo stesso protagonista, un ragazzo senza nome, orfano, che ha perso il suo miglior amico e per questo ha pensato di farla finita, salvo poi ritrovare la voglia di vivere grazie all’affetto di due donne.  E troviamo altri personaggi del primo libro, fra i quali il postino Jens, assieme a cui il ragazzo affronterà una marcia epica nell’interno dell’Islanda ( siamo in un periodo imprecisato dell’Ottocento, non ci sono automobili, aerei o telefoni ). La lotta di due uomini contro la Natura, contro la morte, contro le loro stesse solitudini. L’unica alleata è la parola, e i libri di Stefànsson sono proprio un inno al potere quasi magico delle parole. Ma le bufere e il vento sono così violenti che spesso a distanza di pochi metri i due non riescono né a vedersi né a sentirsi, è un continuo perdersi e ritrovarsi. E continua a nevicare senza un attimo di tregua. I fiocchi di neve sono le lacrime degli angeli, da qui il titolo La tristezza degli angeli.

I due compagni non potrebbero essere più diversi: uno taciturno e introverso, l’altro parla molto e ama i libri. A Jens che gli dice ” Hai letto troppo. E’ pericoloso leggere troppo, ti confonde la mente ” il ragazzo risponde ” La letteratura è un mondo che sta dietro il mondo. Ed è bellissimo ” e poi ” Chi tiene in mano una penna e un foglio ha il potere di cambiare il mondo “.  Allo stremo delle forze, il ragazzo sogna la madre morta che lo conduce ” lontano da quella bufera. E lontano da quella solitudine che si chiama vita “.  E il taciturno Jens rappresenta un intero popolo, quando  dopo un lungo silenzio arriva ” il primo scambio verbale, ed è una domanda angosciata, un tirarsi indietro. La vita islandese in un guscio di noce, siamo completamente incapaci di esprimere i nostri sentimenti in presenza di altri; non avvicinarti al mio cuore. “.

Adesso, per finire, la sparo grossa, quindi vi avviso prima. Stefànsson mi fa venire in mente Omero. Non, naturalmente, nel senso che raggiunge la grandezza di Omero, ma che sembra avere Omero – o al massimo le saghe islandesi, che sono in fondo la stessa cosa – come unico riferimento e progenitore. Non sono esperto e neppure appassionato di teoria letteraria, ma arrivo a capire che senza Cervantes non avremmo il romanzo moderno, che Dante e Shakespeare sono indispensabili per capire Melville e Joyce. Con Stefànsson tutto ciò non vale, sembra che il suo mondo poetico non abbia nessun debito, nessuna derivazione, nessun legame nei 28 secoli che lo separano da Omero. Ma quella parentela a me sembra strettissima.

Tiresia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...