Anne Tyler “La figlia perfetta”

annForse sono stata sfortunata. Forse avrei dovuto incominciare dai tanti libri di Anne Tyler che sono piaciuti agli Asinisti. Insomma, credo di aver fatto un errore riesumando da una pila di libri non letti questo “La figlia perfetta” del 2006.

Già il titolo non calza. La storia è quella di due famiglie in cui arrivano, in adozione, due bambine coreane. Il racconto sembra volerne seguire il destino all’interno della famiglia Donaldson, americani ultrastereotipati, e la famiglia Yazdan, iraniana ma da tempo immigrata negli USA. Poi è come se l’autrice cambiasse rotta e queste figlie, che tutti magari avrebbero voluto perfette, diventano soltanto il pretesto letterario per seguire il rapporto tra le due famiglie, sempre più allargato a parentele di secondo terzo e quarto grado.

Delle bambine non si parla più. Le si vede scorrazzare, giocare a palla, andare all’asilo, e non c’è alcun approfondimento sulla loro nuova vita, sul distacco dalla vecchia, sul loro sentire, sulle loro paure o sulla loro serenità. In sostanza, nessuna buona ragione per scriverci sopra un romanzo. Il brutto è che non c’è neanche una buona ragione per scrivere un romanzo sulle mamme adottive, o sui padri o sulle famiglie che altro non fanno che invitarsi reciprocamente a cena, fare discorsi scontati e di nessun interesse per il lettore, cercando di suscitare riflessioni, francamente, di grande banalità su chi vuole avere una facciata di perfezione tale da considerare imbarazzante perfino la grave malattia della propria madre o chi non si sente più né iraniano né americano,(avendo lei stessa sposato un iraniano, pensavo che Anne Tyler avrebbe avuto tante cose da dire, almeno su questo tema del racconto). Il ritmo del libro è stancamente scandito ogni anno dall’organizzazione della grande festa per l’arrivo delle bambine, ora in una casa ora nell’altra, sempre a gara a chi cucina piatti più succulenti e con un culmine rappresentato dalla visione, anno dopo anno, dello stesso filmino girato all’aeroporto.

Devo dire che ogni pagina mi è pesata. Una noia mortale. Qual era la volontà della Tyler? Affrontare il tema dell’adozione? Direi di no! L’incontro a volte difficile tra culture? La ricerca di un amore senile? Non mi pare proprio. Insomma il libro inizia, scorre e si conclude su un’imbarazzante livello di ovvietà, (non semplicità!)

Viene da farsi, tra le tante, un’ultima domanda: che cosa può avere motivato Nick Hornby a scrivere, quanto è riportato in copertina? “Quando esce un nuovo romanzo di Anne Tyler bisogna lasciar perdere tutto e compralo subito. E naturalmente leggerlo. Tra i suoi ultimi libri questo è il mio preferito.” Mah, mistero.

Insomma una grande delusione, non lo nascondo da una scrittrice considerata tra le più grandi e blasonata con un Premio Pulitzer. Mi riprometto di leggere altri suoi libri. A questo punto, non posso fermarmi qui.

Ayelet

3 thoughts on “Anne Tyler “La figlia perfetta”

  1. io sono stato più fortunato con Anne Tyler… ho letto “le storie degli altri” e “una spola di filo blu” ed entrambi mi sono piaciuti molto (del secondo ho anche scritto per l’asino)… però. Però ora ho appena terminato “Per puro caso” e Tunf… caduta memorabile! non è che non sia bello, però è un po’ noioso, certo ci sono alcune zampate che fanno riconoscere la Tyler, però insomma non è all’altezza degli altri due. O forse… mi viene un dubbio, si assomigliano tutti e dopo un po’ ci si stanca? O forse ancora.. è difficile scrivere così tanto senza cadere nella sindrome di Mc Ewan e altri che hanno scritto troppo? Mah, da parte mia penso di aver chiuso con Anne Tyler, a meno che un asinista lluminato non mi stimoli a riprovarci.
    Silver 3

  2. Il 15 agosto 1997 due famiglie, una, i Donaldson, tipicamente americana, l’altra, gli Yazdan, di origine iraniana ma da decenni trasferitasi a Baltimora, si trovano per caso all’aeroporto in trepida attesa delle rispettive bambine adottive, provenienti dalla Corea.

    Il contrasto, fin dalle prime battute, non potrebbe essere più evidente: mentre gli Yadzan se ne stanno in un canto quasi intimoriti, i Donaldson fanno una cagnara spaventosa: in un tripudio di telecamere portatili, macchine fotografiche, registratori, attendono la piccola ciascuno indossando un spilla con la scritta “mamma”, “papà”, “nonno”, “nonna”, “zio”, ecc.

    Fra le due famiglie nasce una amicizia imperniata sulle due piccole, che ha un appuntamento imprescindibile -che presto si trasforma in una piccola persecuzione per tutti- nella annuale celebrazione del “Giorno dell’Arrivo” (ovviamente una idea di Bitsy, la mamma americana) nella quale si deve obbligatoriamente visionare il filmino dell’arrivo e cantare una canzoncina, “She’ll be coming round the mountain”, che Bitsy si cruccia “non sia abbastanza solenne”.

    Tyler approfitta di questa storia, che forse avrà anche un lieto fine, per affrontare con le consuete intelligenza e lievità, tutte sue, il tema della integrazione fra famiglie di origini e tradizioni così diverse, utilizzando a tale scopo in modo particolare il nonno Dave Donaldson e la nonna Maryam Yadzan, le due figure principali e meglio riuscite del romanzo.

    Così Dave sbotta: “E’ più difficile di quanto non immagini essere americani”, mentre dal canto suo Maryam osserva: “Uno può convincersi che la propria vita sia determinata dal fatto di essere straniero. Allora pensa che sarebbe tutto diverso, se fosse del posto. ‘Se soltanto fossi a casa mia’ si dice, e dimentica che ormai non è più casa sua nemmeno quella, dopo tanti anni. Nemmeno lì si sentirebbe a casa propria”.

    Paragonerei questo libro a un acquerello dai colori tenui e sfumati. Uno dei lavori minori di Tyler, ma che mantiene la inconfondibile impronta di questa autrice, che sempre infonde nei suoi romanzi un sapore tanto discreto quanto particolare, che in questo caso si sposa con il pacato e lieve humor col quale racconta le vicende dei suoi personaggi.

    Verrebbe davvero voglia di saperne di più su questa bella signora di Baltimora, dalla leggendaria riservatezza.

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