Colm Tòibìn “Nora Webster”

colmSe qualcuno mi chiede qual è il più bel romanzo che ho letto negli ultimi cinque anni rispondo senza esitazione Brroklyn di Colm Tòibìn. Tòibìn è uno scrittore irlandese, uno dei tanti interessanti autori in lingua inglese che vivono alla periferia dell’impero ( che in questo caso, in senso letterario, è rappresentato da Inghilterra e Stati Uniti ) e quindi non sono sotto i riflettori come chi sta al centro dell’impero, ma spesso sono meno standardizzati e più stimolanti. Se andate a cercare una sua foto, vedrete che non sembra molto irlandese: ha un’aria seria, quasi cupa; assomiglia un po’ a un Bersani, ma più intelligente. In Italia i suoi libri sono tradotti non dai grandi editori, ma prima Fazi e poi Bompiani li hanno pubblicati quasi tutti, quindi do per scontato che presto sarà disponibile anche questo.

Uno dei motivi per cui mi piace Tòibìn è che sa creare dei grandi personaggi femminili. Qui abbiamo una donna di 45 anni che, alla fine degli anni sessanta, resta vedova dopo una lunga malattia del marito. Ha quattro figli, due femmine già fuori casa, e due maschi ancora ragazzini. Per far fronte ai problemi economici è costretta a vender casa e a riprendere, dopo 25 anni, il suo vecchio lavoro. La seguiamo per i successivi tre anni, anni nei quali elabora il lutto e deve ricostruirsi una personalità autonoma, non più la moglie di… o la vedova di… I problemi naturalmente non sono pochi, a cominciare da una odiosa arpia sua superiore in ufficio, e con i ragazzi che naturalmente sentono la mancanza del padre. Uno dei due ha una leggera balbuzie ma trova sfogo nella passione per la fotografia, che la madre all’inizio osteggia ma poi capisce quanto per lui sia importante. Il tutto sullo sfondo di una Irlanda dove stanno montando i conflitti ( una delle due figlie è attratta dalla causa irlandese, come già lo era il padre ). Nora non nasce forte, ma conquista la sua forza nell’arco di questi tre anni. Non è una vedova inconsolabile, è una donna pragmatica che affronta i problemi tirandosi su le maniche. Amava il marito, ma si rende conto, quasi suo malgrado, che in qualche modo adesso si sente più libera; ad esempio, può finalmente dare sfogo alla sua passione per la musica che il marito, non certo per cattiveria, comunque di fatto reprimeva. Il marito era una persona del tutto positiva, eppure solo con la sua morte, e attraverso il dolore, Nora riesce ad esprimere pienamente la propria personalità e a trovare la propria identità. Qui non abbiamo un marito oppressore e maschilista, tutt’altro, eppure è solo con la sua scomparsa che Nora comincia davvero a camminare con le proprie gambe. Perché la vita è una faccenda dannatamente complicata.

Ancora solo due cose. La prima è che, anche se Nora Webster non è un libro triste o pessimista, il tema della morte e del dolore è certamente centrale. Nora dialoga non solo col marito, ma anche con la madre morta, e in qualche modo mi ha ricordato, forse per la comune matrice irlandese, il bellissimo racconto di Joyce, I morti.

E infine, per chi non ha mai letto Tòibìn, voglio rimarcare che la sua è una scrittura semplice, pacata, senza leziosità o effetti speciali e questo secondo me è un grande pregio perché scrivere in modo semplice non è affatto semplice. Mi è venuto in mente quando Nora dà ai ragazzi il permesso di stare svegli sino a tardi per vedere Angoscia di Bergman. Il più piccolo chiede:

Che film è?

Parla di una donna in una casa.

Tutto qui?

Sì, ma nelle mani giuste, può bastare.

Ecco, mi sembra che qui sia espressa benissimo la concezione della letteratura – o dell’arte in genere – di Tòibìn.

Tiresia

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