Javier Cercas “Soldati a Salamina”

cercasCercas, in piena crisi personale, racconta il suo imbattersi in una storia quasi incredibile avvenuta durante la Guerra Civile Spagnola: quella di Rafael Sànchez Mazas, uno dei fondatori della Falange Franchista, che scampa miracolosamente a una fucilazione da parte dei repubblicani in rotta, e, ancora più miracolosamente, al successivo rastrellamento:  un soldato repubblicano fa finta di non vedere dove è nascosto, in tal modo salvandolo.

Insomma, Sànchez scampa due volte a morte sicura in pochi minuti.

La prima parte del romanzo è quindi dedicata al racconto di come Cercas abbia deciso di scrivere questo stesso libro e a come lo ha poi scritto.

La seconda parte del romanzo, forse la meno interessante, è dedicata al racconto della storia di Sànchez e si conclude con il suo rocambolesco duplice salvataggio.

S. viene descritto come un idealista di destra, desideroso di instaurare un “regime di poeti e condottieri rinascimentali”, che finisce per trovarsi di fronte a un “mero governo di filibustieri, profittatori e bigotti”, ma che nonostante ciò orgogliosamente rivendica il suo passato e le sue idee (“Non mi pento e non dimentico”).

La terza parte è senz’altro la più bella: Cercas ha finito il libro ma non è totalmente soddisfatto; gli manca qualcosa, e questo qualcosa è il poter trovare e parlare con il repubblicano che tanti anni prima salvò la vita di Sànchez.

Qui entra come personaggio uno dei miei miti letterari, ossia Roberto Bolano, amico di Cercas, che gli racconta di quando, lavorando come custode di un  camping (lavoro che in effetti Bolano ha fatto fra innumerevoli altri) conobbe un vecchio soldato repubblicano, tale Miralles.

Cercas, aiutato dalla sua simpatica e disinibita  compagna, si mette alla ricerca di questo uomo che ritrova vecchio, imponente, pieno di cicatrici.

Come va a finire ovviamente non lo dico; dico solo che qui il libro diventa veramente bello, fino al -grande scioglimento finale, dove riesce ad accomunare con sincera pietà e senza alcun buonismo il destino dei tanti che morirono ammazzandosi l’un l’altro in una guerra fratricida così piena di passioni, odio e divisioni.

Da quando è finita la guerra non è trascorso un solo giorno senza che abbia pensato a loro. Erano così giovani… Morirono tutti. Tutti morti. Morti. Morti. Nessuno ebbe il tempo di assaporare le cose buone della vita”.

Una delle cose più belle della letteratura è che talora riesce a farti vedere le stesse cose sotto angoli diversi che sono tutti ugualmente veri, per quanto a volte addirittura antitetici.

Mi viene in mente per contrasto la splendida pagina scritta da Italo Calvino ne “Il sentiero dei nidi di ragno” (secondo me il più bel libro scritto sulla Resistenza), dove spiega l’abisso che separa un “Ti amo Adriana” detto dal partigiano Kim da un “Ti amo Kate” detto da un soldato tedesco.

Eppure, nonostante dicano proprio l’opposto, c’è spazio sia per questa pagina che per quello che scrive Cercas in questo romanzo.

Bellissimo l’incipit:

Fu nell’estate del 1994, più di sei anni fa, che sentii parlare per la prima volta della fucilazione di Rafael Sànchez Mazas. In quel periodo mi erano da poco successe tre cose: la prima era stata la morte di mio padre; la seconda, mia moglie mi aveva lasciato, la terza, la decisione di abbandonare la carriera di scrittore. Sto mentendo. Per la verità, di queste tre cose, le prime due sono esatte, eccome; ma non la terza. In realtà, la mia carriera di scrittore non si era mai avviata, quindi, difficilmente avrei potuto abbandonarla”.

Poronga

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