Javier Marìas ” Asì empieza lo malo “

mariasHo visto che in passato sull’Asino si è già discusso di Marìas, con opinioni discordanti. Io mi iscrivo fra gli estimatori, e approfittando di un viaggio, ho comprato il suo ultimo libro, sicuro che presto verrà tradotto in Italia come tutti gli altri. Marìas è visto in Spagna, a volte con un po’ di sufficienza, come ” il più inglese degli scrittori spagnoli “, se non addirittura uno scrittore inglese sotto mentite spoglie. Non a caso è stato il traduttore di Sterne, e al linguaggio di Sterne spesso si ispira; e molto si ispira  a Shakespeare, dalle cui opere ha più volte tratto i titoli dei suoi libri. Anche in questo caso: a parlare è Amleto, nella scena in cui uccide Polonio. Nell’originale ” Thus bad begins ” ( così comincia il male ). Asprezza della lingua anglosassone: 4 sole vocali, contro 9 dell’italiano ( e dello spagnolo ). Vale la pena di riportare anche le parole immediatamente precedenti e seguenti, perché a più riprese citate, non sempre a proposito, dai protagonisti: ” Io debbo essere crudele, solo per esser buono: così il male comincia, e il peggio resta indietro. “.

La trama è apparentemente semplice: il narratore racconta di come, nel 1980, assunse l’incarico di assistente di un regista, apparentemente felice del suo matrimonio, ma in realtà incapace di perdonare i passati tradimenti della moglie. In più, la moglie incarica il protagonista di indagare su alcune voci intorno a un noto medico, amico di famiglia. Questi, nel passaggio dal franchismo alla democrazia, si è fatto benvolere dagli ambienti progressisti. Ma in realtà si è macchiato di un duplice sordido  ricatto: prima, godendo dell’appoggio del regime, ha ricattato mogli e figlie di oppositori per averne i favori sessuali; e poi ha sfruttato il loro senso di vergogna per farsi passare per un sostenitore dei progressisti. Come dicevo, la trama è apparentemente semplice, ma qui interviene la particolare tecnica di scrittura di Marìas. Un linguaggio fatto di periodi molto lunghi e con scarsa punteggiatura, che più che esprimere affermazioni e nessi causali ruotano attorno a domande, dubbi e incertezze, in continuo dialogo col lettore. Se non si entra nello spirito di questo stile, capisco che si possa provare irritazione. Critici illustri hanno paragonato, magari per svillaneggiarlo, Marìas a Proust. Fatte salve le debite differenze – non necessariamente a favore di Proust – il paragone può reggere: in un certo senso, l’intera opera di Marìas è una Ricerca, i contorni fra i diversi libri sono sfumati, come è sfumato il confine fra fiction e realtà. ( personaggi reali e altri di fantasia, che spesso ritornano nei diversi romanzi, mischiandosi a ricordi autobiografici ). Come Proust, per capirlo appieno bisognerebbe leggerlo tutto.

Ma lasciamo stare Proust e torniamo a Shakespeare che Marìas – e chi scrive – ama certamente di più. Dell’autore inglese Marìas condivide i grandi temi, che anche in questo libro sono sottilmente analizzati: la giustizia, il potere,il ricatto di chi un piccolo o grande potere detiene, la vendetta, il perdono, il desiderio sessuale, la gelosia… Come pochi altri Marìas sa mettere a nudo con spietatezza le contraddizioni e i tormenti interiori dei suoi personaggi. E a Shakespeare lo porta anche una concezione filosofica di fondo: un radicale scetticismo, crudele anche, ma necessario.

In conclusione: vale la pena di sobbarcarsi la lettura di questo romanzo non facile e non breve ( nell’originale spagnolo, oltre 500 pagine )? Per me senz’altro sì: Marìas va letto come uno scrittore che, più che dirci qualcosa, vuole dialogare con noi. E in questo caso vuole anche fare i conti col passato ( nello specifico, la Spagna franchista, ma potrebbe essere l’Italia fascista o la Russia comunista ). Qui comincia il male. E come Amleto, non ha certezze da offrirci, ma solo dubbi, però ben argomentati. Voi cosa preferite?

Tiresia

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