Elena Ferrante “L’amica geniale”

ferranteElena Greco, ormai anziana, apprende che Lila, la sua amica di una vita, è scomparsa senza lasciar traccia. E’ una scomparsa clamorosa, come clamoroso è stato il suo modo di vivere.

È a questo punto che Elena comincia a ricordare e a scrivere la storia di Lila e della loro amicizia.

Se l’inizio è promettente, il seguito supera le promesse, specie nella descrizione di Lila, a tal punto bella e ficcante da avermi rammentato quella, stupenda, della Pisana nelle “Confessioni” di Nievo (che qui tutti continuano a snobbare facendo, secondo me, malissimo).

Sfolgorante per me. Per tutti gli altri scolari Lila era solo terribile… Già in prima elementare era al di là di ogni possibile competizione… Lila era troppo per chiunque. La sua prontezza mentale sapeva di sibilo, di guizzo, di morso letale. E non c’era niente nel suo aspetto che facesse da correttivo”.

Il libro è  felice nel raccontare l’amicizia fra la magnetica e ferina Lila e la quieta, riflessiva e saggia Elena: i primi giochi, i riti e le prove di iniziazione infantile, la scuola, la scoperta del mondo (bello l’episodio della “fuga” delle due bambine che, pur vivendo a Napoli, non hanno mai visto il mare), il materializzarsi di una società civile violenta, disgregata, profondamente maschilista; un’amicizia che forse trova una sintesi nel seguente passo: “Lila scosse la testa scettica. Stava cercando di capire, stavamo tutte e due cercando di capire, e capire era una cosa che ci piaceva moltissimo”.

Il romanzo è ben scritto, con uno stile penetrante, limpido; però, poco dopo la metà, flette vistosamente. Per esempio la descrizione del fidanzamento di Lila (uno dei tipici colpi di testa della ragazza) mi è parsa appesantita, faticosa.

Interruzione brusca, che lasciava presagire un sequel, poi avveratosi, ma che non credo leggerò, salvo asinistiche raccomandazioni.

Poronga

 

10 thoughts on “Elena Ferrante “L’amica geniale”

  1. Del libro non so nulla, ma so che Elena Ferrante è uno pseudonimo, e che vi è un grande mistero sulla sua vera identità, tanto che non si sa neppure se sia una donna o un uomo. Questo mi fa tornare in mente una polemica sulla ” scrittura al femminile ” in merito ad un libro di Anne Tyler, recentemente ripresa da Mr. Maturin. Allora avevo proposto una specie di test per riconoscere una scrittura maschile da una femminile, ammesso che queste categorie esistano, e questo caso si presta perfettamente all’esperimento. Quindi chiedo a Poronga, e ad altri che abbiano letto Elena Ferrante: secondo voi è una donna o un uomo? La sua scrittura ci offre indizi sufficienti?

  2. Mi piacerebbe fare il test, ma tempo fa una mia amica addetta ai lavori mi ha rivelato chi si nasconde dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante. Naturalmente non lo dirò, sperando che gli Asinisti che l’hanno letta dicano la loro. A cominciare da Porpnga.

    • …bellissimo! allora ci sono le condizioni per un altro concorso a premio! 🙂
      io partecipo se mi viene permesso di farlo leggendo solo le pagine dell’estratto dell’Amica geniale. L’ho guardato in questi giorni e devo dire che non è un tipo di scrittura che amo, un po’ troppo calcata sul melodramma e su una certa napoletanità, e non avrei la forza di leggere tutto il libro.
      si tratta comunque del prologo e dei primi 5 (brevi) capitoli della prima parte (Infanzia), se il concorso a premio si fa e il giudice unico decide che posso partecipare a queste condizioni, manderò le mie brevi note…

  3. Credo di non essere riuscito a farmi capire.
    Io penso che vi siano alcuni scrittori che riflettono in modo particolarmente efficace l’universo/specificità maschile e alcune scrittrici che riflettono quello femminile; così come, ad esempio, alcuni scrittori/scrittrici che rappresentano il mondo, cultura ecc. gay, altri che rispecchiano quella ebrea e via dicendo
    Non dico affatto, né mi sogno di pensarlo, che tutte le donne scrivano da donne, tutti i maschi da maschi, tutti gli ebrei da ebrei, tutti gli afroamericani da afroamericani eccetera (a dirla tutta mi sembra una gran sciocchezza, e pure pericolosa), e credo anzi che la maggioranza dei libri si sottragga a questo tipo di distinzioni.
    Detto questo, leggendo il libro di/della Ferrante non mi è venuto neppure in mente di chiedermi se lo scrittore fosse uomo o donna. Propenderei per donna, visto che il libro è imperniato su una amicizia femminile; però potrebbe benissimo darsi che qualche maschietto si sia voluto divertire, il che mi sembrerebbe però un pochino fatuo e tale, tutto sommato, da rendere il libro meno credibile; un po’ come se un uomo si mettesse a raccontare i dolori del parto.

  4. Mi ero tenuto lontano dalla polemica sulla ” scrittura femminile ” perché, senza false modestie, non ritengo di avere gli strumenti culturali adeguati. Mi ero limitato a una proposta poco letteraria, ma in linea con la mia mentalità grettamente scientifica e quantitativa. In informatica, c’è una cosa che si chiama test di Turing. Tu sei davanti ad un computer, parli ( ” chatti ” ) con qualcuno in un’altra stanza gli puoi fare tutte le domande che vuoi per capire se è un essere umano o un computer. Nella mia versione letteraria del test, ti vengono letti brani abbastanza lunghi di romanzi che non conosci e devi indovinare se l’autore è uomo o donna. Se azzecchi circa il 50% non c’è – o non sei in grado di individuare – una scrittura maschile e femminile, se ne azzecchi molto meno del 50% meglio se consulti uno psicoanalista, se ne azzecchi significativamente più del 50% qualcosa del genere ( di genere ) esiste. Il test appurerebbe l’esistenza del fenomeno, trovare le spiegazioni è tutt’altra faccenda. Se proprio qualcuno me lo chiedesse, io direi che un lettore esperto darebbe la risposta giusta in circa l’80% dei casi, ma questa è davvero un’opinione a naso. Fine ( per adesso: in realtà io adoro le polemiche e se ci vengo trascinato non so resistere alla tentazione di dare il peggio di me stesso ).

  5. Vabbe’, Poronga, ritratta e sostanzialmente si rifiuta di partecipare al gioco, che, in quanto tale, poteva essere divertente. Io ci provo e spero non rimarrò la sola. (Stuzzicata, lo confesso, anche da quell’80% gettato là da Traddles che mi ha non poco stupito…).
    Leggendo le prime pagine di L’amica geniale con le domande di Traddles in mente, mi è parso di essere davanti alla migliore dimostrazione di quanto dicevo quando sostenevo che parlare di scrittura femminile (vale a dire di un modo di scrivere che caratterizza una certa categoria di opere) è impossibile.
    Proverò a spiegare perché.
    La narratrice di L’amica geniale è una donna ormai anziana che racconta una storia d’infanzia. La lingua, lo stile, il modus narrativo sono quelle da un lato dell’immaginazione surreale e violenta tipica del mondo dell’infanzia contrapposte, dall’altro, alla pacata saggezza della maturità.
    E allora ecco un universo in cui le parole possiedono ancora il potere magico che accordano loro i bambini: «Il nostro mondo era così, pieno di parole che ammazzavano: il crup, il tetano, il tifo petecchiale, il gas, la guerra, il tornio, le macerie, la bomba, la tubercolosi, la suppurazione. faccio risalire le tante paure che mi hanno accompagnata tutta la vita a quei vocaboli e a quegli anni». E le fantasiose immagini che vivono nella mente dell’infanzia: «Per anni ho immaginato la pinza, la sega, la tenaglia, il martello, la morsa e mille e mille chiodi che venivano risucchiati in forma di sciame metallico dentro la materia che componeva don Achille. per anni ho visto uscire dal suo corpo, grezzo e pesante di materie eterogenee, salami, provoloni, mortadelle, sugna e prosciutto, sempre in forma di sciame».
    Di quando in quando, però, si fa strada la voce di chi conosce la vita e ha fatto esperienza del mondo e della realtà. E la sa comprendere e inserire in lucide categorie mentali: «In alto, in basso, ci pareva sempre di andare incontro a qualcosa di terribile che, pur esistendo da prima di noi, era noi e sempre noi che aspettava. Quando si è al mondo da poco è difficile capire quali sono i disastri all’origine del nostro sentimento del disastro, forse non se ne sente nemmeno la necessità. I grandi, in attesa di domani, si muovono in un presente dietro al quale c’è ieri o l’altro ieri o al massimo la settimana scorsa: al resto non vogliono pensare. I piccoli non sanno il significato di ieri, dell’altro ieri, e nemmeno di domani, tutto è questo, ora.»
    Insomma la bambina, e la donna: l’emotività prima sfrenatamente creativa e poi venata di lucida analisi tipica di uno sguardo rivolto all’interno ovvero, secondo le categorie proposte da Maturin, un atteggiamento che può facilmente essere riconosciuto come femminile. Ma tutto questo mi parla dell’io narrante o di chi ha inventato, costruito, messo in scena il personaggio che narra le vicende?
    Dice Eco che «l’autore si nasconde negli avverbi»: insomma da qualche parte c’è. Ma dove? E soprattutto, per seguire il filo del suo discorso, esistono avverbi più femminili di altri?
    Forse. Io comunque, nel caso di specie, ho provato e riprovato a individuare quell’avverbio che mi avrebbe lasciato intravedere un baffo scuro dietro il volto femminile di Elena narrante, oppure la prova che la sua creatrice è, come lei, donna e non ci sono riuscita.
    Sostenere che la storia di Elena e Lila è stata scritta da una donna perché è una storia al femminile a me sembra riduttivo. E comunque non era quello che ci proponeva di scoprire Traddles.
    Se c’è qualcosa di femminile in L’amica geniale (e c’è eccome), io credo che appartenga al mondo interiore della narratrice e non alla mano da cui è nata. L’unico modo per sostenere il contrario sarebbe quello di identificare un personaggio con l’autore. E, malgrado il famoso ‘Madame Bovary c’est moi’, credo che nessuno di noi se la sentirebbe mai di sottoscrivere una simile semplificazione.

  6. Questo non ha precisamente a che fare con l’esistenza o meno di una scrittura maschile e di una femminile, ma mi sembra comunque pertinente. Leggo oggi su Repubblica che un importante sito inglese di lettura – Goodreads – ha svolto una ricerca su un campione molto ampio di lettori, 40.000 equamente divisi fra uomini e donne. I risultati sono stati definiti sorprendenti e inattesi dagli stessi ideatori della ricerca: fra i 50 libri più letti dagli uomini, 45 sono scritti da uomini; e lo stesso vale a ruoli invertiti per i libri letti dalle donne. Non so come interpretare la cosa, e comunque d’istinto non mi piace. Posso solo sperare che ci siano dei fattori distorcenti nel campione, ma d’altro canto è talmente vasto… Boh!
    P.S. Assieme all’articolo c’è un commento di Gabriele Romagnoli, che fra l’altro parla proprio di Elena Ferrante e, pur non rivelandone l’identità, fornisce una traccia per capire se si tratta di una donna o di un uomo.

  7. Con un po’ di dispiacere sono giunto alla fine della quarto volume ( Storia della bambina perduta) di questo romanzone. Essendomi piaciuto parecchio sono venuto a vedere cosa se ne dice qui.
    Così scopro che Elena Ferrante è un pseudonimo, giuro non me ne ero accorto, e addirittura viene lanciata una sorta di sfida su chi indovina il genere reale di autrice/autore e a questo punto io, in qualità di fan di Wu Ming, butto li: perché non autori?
    A mio parere è una donna più o meno dell’età delle protagoniste.
    Posto che scrive in modo davvero geniale non credo sia possibile scrivere e descrivere una vita al femminile, una società, i personaggi di una certa sinistra anni sessanta settanta senza una buona dose di autobiografia.
    Dopodichè se cosi non fosse: doppio chapeau !!… ma non credo……

    QFWFQ

  8. L’ho appena finito (tutti e 4) e per me è cerrtamente una donna. Aggiungo che ho trovato splendido il secondo, belli sia il primo che il terzo (più il primo volendo) e deludente il finale del quarto. Però nel complesso un lavoro più che notevole e che voglia di andare a Napoli…

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