Herman Melville “Benito Cereno”

cereno1799: il Capitano Amasa Delano di Duxbury, Massachusets, a bordo del suo veliero “Gioia dello Scapolo” (fantastico…) alla fonda nel porto di Santa Maria, estremità meridionale del Cile, vede avvicinarsi una imbarcazione a tal punto malmessa da sembrare quasi una nave fantasma.

Delano, da vero gentiluomo dei mari, presta generoso soccorso, ma si trova alle prese con un sofferente ed enigmatico personaggio, lo spagnolo Benito Cereno che comanda il San Dominique.

Delano passa a bordo del San Dominique una ben strana giornata dagli ambigui, impalpabili e sinistri segnali, senza sapere se il senso di pericolo che talora avverte sia o meno frutto di suggestione, dovuta anche a un opprimente clima di bonaccia. E’ solo nelle pagine finali che il dubbio si scioglie.

Melville disegna magistralmente questa storia di attesa e sospensione malata. Guardate solo cosa scrive nella prima pagina:

Faceva una delle mattinate caratteristiche di quella costa. Tutto intorno era calmo e silenzioso; tutto era grigio. Il mare, per quanto scorresse in lunghe ondate rigonfie, sembrava immobile, e alla superficie era lucido come piombo ondulato quando si raffredda e deposita nello stampo di fusione. Il cielo pareva un oscuro pastrano. Stormi di uccelli grigi inquieti, in tutto simili agli inquieti stormi di vapori cui erano mischiati, sfioravano bassi e a scatti le acque, come rondini il prato prima del temporale. Ombre presenti, che adombravano più cupe ombre future”.

Melville si conferma in questo breve e arduo romanzo un grandissimo narratore.

Mi ha però colpito quello che, ancora alla metà dell’ottocento, si poteva tranquillamente scrivere:

Quando a ciò s’aggiunga la docilità che nasce dall’assoluto contento di una mente limitata, e quella capacità di un cieco attaccamento inerente agli esseri incontestabilmente inferiori, si capirà subito perché quegli ipocondriaci che si chiamavano Johnson e Bayron -forse simili all’ipocondriaco Benito Cereno- si siano affezionati, con quasi totale esclusione della razza bianca, ai loro servitori negri”.

E subito dopo:

Di fatto, come quasi tutti gli uomini dal cuore buono e contento, Capitan Delano s’affezionava ai negri non per filantropia, ma per simpatia, a quel modo che gli altri fanno con i cani Terranova”.

E poi alcuni dicono che il progresso non esiste…

Poronga

8 thoughts on “Herman Melville “Benito Cereno”

  1. D’accordo, anche io ho un ottimo ricordo di Benito Cereno, credo il libro migliore di Melville. Invece forse qualcuno si scandalizzerà se rivelo che, rileggendo Moby Dick da adulto, ho avuto una discreta delusione. L’avevo letto da ragazzino trovandolo avvincente, ma ho il sospetto di aver letto una versione abbreviata: rileggendolo, l’ho trovato invece inutilmente prolisso. Il Melville che preferisco è quello dei romanzi brevi, appunto Benito Cereno e Billy Budd, e di quel racconto straordinario che è Batleby. Dài Poronga, sii gentile: rispolvera le tue leggendarie note di lettura e parlaci di Billy Budd e di Bartleby. E magari dicci anche cosa pensi dell’infernale cetaceo.

  2. Proprio un paio di settimane fa ho tirato fuori il volume degli scritti di Melville perché volevo provare a leggere di nuovo quel mistero che è per me “Bartleby”. Non ho mai capito cosa rappresenti quel personaggio muto e quasi invisibile capace della ribellione del “Preferirei di no”.
    Neanche questa volta sono riuscita a trovare la chiave per entrare in questo per me incomprensibile racconto, e l’ho abbandonato, annoiata e anche un poco, devo dirlo, infastidita. Credo che forse avrei fatto meglio a leggermi Benito Cereno.
    Però mi piacerebbe sentire da Poronga, e da Traddles, che lo elogia, cosa ne pensano di Bartleby, nella speranza di riuscire magari a scoprire quella rotella che ovviamente mi manca per fare girare l’ingranaggio a dovere.

  3. Spiacente; non ho letto Billy Budd e Bartleby, mentre Moby Dick l’ho letto troppo tempo fa (ma a me era piaciuto molto).
    Tento di recuperare parlando della Ferrante, che avete citate discutendo di Sparaco

  4. Visto che Poronga passa, mi limito per adesso a segnalare un Baricco d’annata, ancora nero crinuto. Sul Baricco scrittore i pareri sono discordi, ma mi sembra che più o meno tutti lo apprezzino come critico. Qui in realtà più che criticare racconta la storia, ma è anche questo un modo di esprimere un giudizio su un libro, e lui lo fa bene.Lo trovate qui:
    http://www.letteratura.rai.it/articoli/bartleby-lo-scrivano-secondo-alessandro-baricco/1054/default.aspx
    Poi magari prima o poi dirò anche la mia.

  5. ho ascoltato baricco, grande narratore di storie, molto suggestivo nel caso di questo suggestivo racconto che però continuo a trovare indecifrabile. quasi insensato.
    v, altro grande appassionato di bartleby, non è riuscito a dirmi cosa lo appassiona nella storia dello scrivano che oppone alla vita la sua inspiegabile ribellione.
    attendo le parole di traddles…

  6. Cara Lucia, temo che per i romanzi valga quello che vale per le barzellette: se non hai riso subito, non riderai neppure quando te la spiegano. Così, se un romanzo non ti è piaciuto, o ti ha addirittura infastidito, non credo che ci sia spiegazione che possa fartelo piacere, al massimo puoi riconoscere certi aspetti che non avevi colto e che ti fanno ammettere che il romanzo ha un suo senso o sia pure una sua importanza; ma piacere è un altro paio di maniche.

    Visto che me lo chiedi, però, ecco perché a me Bartleby è piaciuto. Come tutti i libri interessanti, si presta a diverse chiavi di lettura. Se consideriamo che è stato scritto a metà dell’Ottocento è anche un libro che ha anticipato temi che poi hanno avuto grande importanza. C’è un aspetto assurdo e surreale che a me ricorda Kafka e il Beckett di Aspettando Godot. I detrattori di Bartleby dicono: ma che cavolo vuol dire ” preferirei di no “, perché è così provocatorio? Ma allora cosa vogliono dire due sfaccendati che ne aspettano un terzo seduti su una panchina? E un tizio che si sveglia una mattina trasformato in scarafaggio? Scommetto che quei due libri ti sono piaciuti; Melville in qualche modo li anticipa.

    C’è poi l’aspetto socio-politico, e qui non si può non fare riferimento a un’altra forma di protesta contro la civiltà – quella civiltà – che avveniva in quegli stessi anni e che ha lasciato un segno profondo nella cultura americana: H.D.Thoreau. Con le loro differenze, sono entrambe forme di protesta civile e nonviolenta contro l’omologazione. Quella di Thoreau è una protesta esercitata materialmente con l’allontanamento dalla civiltà, quella di Bartleby è ovviamente una metafora e come tale è persino più radicale, tanto è vero che arriva alle estreme conseguenze. Chi vuole, può darne anche una lettura psicologica e sociologica: l’alienazione del lavoro – un lavoro nuovo, da società moderna – e la conseguente depressione dell’individuo.

    Io, che non ho amato Moby Dick, ho invece trovato mirabile la scrittura di Bartleby, fluida e inesorabile. Melville non ci dice nulla del suo personaggio, chi è, da dove viene, se ha una famiglia. Contano solo i suoi comportamenti. Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è la figura del narratore, questo avvocato che capisce di essere di fronte a qualcosa di arcano, non fa quello che farebbero banalmente altri datori di lavoro, licenziare il fannullone, ma pur facendo parte del mondo del lavoro normale, che Bartleby rifiuta, è a sua volta un personaggio complesso ed umano. In qualche modo sembra persino affascinato da questa strana figura di eroe solitario, cerca di capirne le motivazioni. Alla fine è costretto a licenziarlo, ma lo fa controvoglia, cedendo alle pressioni dei suoi pari. E chiudo proprio con una sua considerazione riguardo al fatto che ha dovuto cedere suo malgrado ad una volontà collettiva e fare quello che la società esige e lo stesso Barleby chiede. La riporto in originale, perché io così ce l’ho e anche per dare un piccolo saggio della scrittura di Melville in questa frase che mi sembra molto bella. A me ricorda il coro di una tragedia greca, e potrebbe racchiudere il cuore del racconto.

    “But thus it often is, that the constant friction of illiberal minds wears out at last the best resolves of the more generous.”

    • Hai ragione traddles, non si può amare con la testa ma solo col cuore, e non solo nella vita, ma anche in letteratura. E io, anche dopo avere letto, e capito le ragioni di quello che dici, non riesco a sentire Bartleby come un ‘eroe solitario’. Continua a sembrarmi un personaggio inspiegabile se non con le ragioni della depressione (e farla apparire eroica mi sembra un peccato mortale da parte di uno scrittore, quando semmai la letteratura dovrebbe servire a far amare la vita).
      Però è vero che la scrittura sontuosa di Melville è una gioia e anche che, in qualche modo, questo racconto anticipa Beckett, incomparabile nella rappresentazione dell’umana sofferenza (e della volontà di vivere comunque, anche se la nostra esistenza è assurda e dolente, e anche a costo di inventarsi un godot che non arriverà mai a strapparci dalla nostra penosa giostra).
      E comunque grazie, traddles, perché è proprio vero che ‘parlare di libri è un piacere secondo solo a quello di leggerli’.

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