Antonia S. Byatt

byattAvevo promesso di parlare sull’Asino di Antonia S. Byatt, che a mio giudizio è una delle più brillanti, e complesse, autrici contemporanee.

Di lei lessi, e ho di recente riletto, ‘Possessione’, forse il suo romanzo più famoso, un libro lussureggiante, coltissimo, una sorta di caccia al tesoro nella giungla della letteratura romantica. Bellissimo, denso e avvinghiante, una festa dell’intelligenza.

Poi fu la volta di un libricino di racconti, uscito in italiano con il titolo ‘La Cosa nella foresta’, molto inquietanti, “neri” come diceva il titolo in inglese, non tutti altrettanto belli, anche se vi compare uno dei racconti più affascinanti che io abbia mai letto, in cui una donna si fa creatura di pietra. Un’enigmatica metamorfosi lenta e ineluttabile di grande suggestione.

Quando uscì, qualche anno fa, è stata la volta del ‘Libro dei bambini’, un altro romanzo ricchissimo, in cui storie su storie nascono, si intrecciano,  traggono forza e significato le une dalle altre. E la bellezza dell’arte viene a contrastare la violenza della guerra, la prima, mondiale, o per lo meno ne rende sopportabile l’assurdità, la ferocia devastante.

Infine, questa estate, ‘La Torre di Babele’ e ancora una volta sono rimasta incantata dal talento di A.S. Byatt, abilissima narratrice di storie e al contempo lucida investigatrice di idee. Anche questo romanzo ha una struttura polimorfa, stratificata, in cui storie e idee, personaggi ed eventi si intrecciano a creare un insieme, un ‘organismo’ direi quasi, che si alimenta di ordine e di armonia, di connessioni e coerenza, ma anche, in ugual modo, di disordine, di collisioni casuali, rumori di disturbo. Poiché, ci suggerisce l’autrice attraverso una citazione di D.H. Lawrence, il romanzo è “l’unico, luminoso libro della Vita. Nell’unico, luminoso libro bisogna includere tutto, il Verbo fatto carne, l’arcobaleno, gli astri, l’Uno”.

Così questa storia, che è la storia di Frederica, “una donna magra”,  un’intellettuale, una donna “che ama le parole, fiera, indipendente, ribelle”, che dimostrerà di saper lottare per quel “piccolo spazio mentale di libertà” senza il quale non sa vivere, questa storia dicevo, diventa un libro sui libri, sul piacere di leggere, sulla letteratura e sulla lingua come “forme di vita” e funzioni del pensiero. Un libro inquietante, e molto, a tratti sino al punto di diventare ripugnante, sulla sofferenza, sulla crudeltà, sul Male e la follia; ma anche un libro sull’amore, l’amore dei corpi e quello spirituale, salvezza dell’anima, l’amore materno e l’amore tra uomo e donna. E un grande affresco dei favolosi anni sessanta, quelli dei Beatles, ma anche quelli del Marat-Sade, di Genet e Antonin Artaud, di William Burroughs e delle nuovissime ricerche delle neuroscienze.

C’è davvero tutto questo nella ‘Torre di Babele’. E non lasciatevi ingannare, non crediate che sia un libro noioso, o sovrabbondante, tronfio, greve. Anzi. A differenza di tanti autori arroganti e compiacenti, verbosi o ipocriti, a ogni passo A.S. Byatt fa del lettore parte integrante del processo di creazione e di elaborazione intellettuale. Chi legge viene chiamato in causa di continuo, a interpretare, immaginare, sentire. E per questo assapora ogni pagina, ogni citazione, ogni giro di frase, ogni immagine.

la signora nilsson

2 thoughts on “Antonia S. Byatt

  1. Ho qualche difficoltà a parlare di Antonia Byatt. Piace praticamente a tutte le persone del cui parere mi fido, e il giudizio unanime è che sia una scrittrice colta e raffinata. Forse proprio per queste aspettative così alte ricordo di essere rimasto un po’ deluso quando, più di 20 anni fa, lessi Possessione. Non che non sia un bel libro, ma mi era sembrato un po’ freddo e cerebrale. Continuando a sentire grandi elogi, mi ripromettevo di leggere qualcos’altro, ma il tempo passava. Poi, pochi mesi fa, ho trovato l’occasione giusta, ma purtroppo ho avuto un’altra piccola delusione. Io nutro una grande passione – temo non condivisa da molti, almeno in Italia – per le saghe nordiche. Appena ho visto che la Byatt aveva fatto una riscrittura del Ragnarok mi sono precipitato a leggerla. Anche in questo caso, si capisce che è una brava scrittrice, ma il libro è bello perché è bello il mito di Ragnarok, ma non mi è sembrato che lei vi aggiungesse qualcosa di nuovo e importante, e infatti non ho avuto neppure voglia di segnalarlo all’Asino. Però quello che la signora Nillson dice su La torre di Babele non può non spingermi a fare un altro tentativo. Vedremo.

    • In realtà Ragnarok ha un po’ deluso anche me… e a un certo punto l’ho abbandonato senza arrivare alla fine. Del resto, comprendo le riserve nei confronti della Byatt che, per una serie di motivi, può risultare persino sgradevole, se non la sia ama.
      È vero che La torre di Babele non ripropone stilisticamente la lussureggiante, e sovrabbondante, emotività romantica di Possessione, ma in fondo è simile, nella ricchezza di citazioni colte e nell’attenzione a costruire una macchina narrativa perfetta – ma anche molto pensata: in fondo, proprio per questo, è difficile dire che la Byatt non sia in un certo qual modo ‘cerebrale’. Ma fredda non mi pare, anzi. Forse antipatica, ma per gli stessi motivi, naturalmente, per cui può risultare estremamente accattivante.

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