Agota Kristof “Trilogia della città di K”

TrilogiaLa sfingea prosa con cui Iris Murdoch racconta ne “La campana” le disavventure amorose dei suoi protagonisti mi ha in qualche modo ricordato la gelida e implacabile scrittura con la quale Agota Kristof narra le sue terribili storie.

La “Trilogia” è un romanzo diviso in tre parti collegate l’una all’altra, ma la cui continuità va via via facendosi sempre più incerta, e con essa la “storia” che viene narrata e la stessa identità/continuità dei personaggi. Peccato, io dico, perché la prima parte è fenomenale.

Narra di una madre disperata che, costretta dalla guerra (non si sa quale guerra, così come non si sa nulla oltre a quello che viene raccontato momento per momento, poiché non ci sono nomi, luoghi, date) lascia due figli gemelli di pochi anni a una nonna gretta, cattiva e crudele che fa sudare loro ogni boccone di pane.

I due gemelli riescono a sopravvivere alla disumana condizione nella quale vengono a trovarsi nell’unico modo possibile: divenire disumani essi stessi. Gli “allenamenti” cui i due si sottopongono a tal fine sono fra le parti più impressionanti del libro.

Ne risulta un quadro di totale piattezza e anaffettività, nel quale domina una straziante assenza di sentimenti e, accanto a ciò, la persistenza di un costante senso di morte, intesa in senso sia fisico che morale.

La trama, scabra e agghiacciante, è servita egregiamente da una prosa arida e telegrafica che davvero, come è stato felicemente detto, “ha l’andatura di una marionetta omicida”.

A questa prima parte seguono le altre due, ambientate in tempo di pace, che non divergono molto, quanto a disumanità e dolore, dal tempo di guerra. Non sono però a livello della prima, peraltro a me più che bastante per assegnare a questo libro l’etichetta del capolavoro.

Di AG ho letto un altro stordente libro: “Ieri”. Anche qui c’è da penare: il livido esilio in terra straniera ed estranea, l’alienazione, la prostituzione, l’incesto, l’omicidio.

Una storia terrificante che però lo stile duro, esangue, trasognato di AG riesce quasi a far passare in secondo piano.

Niente affetti, niente speranza, una grande scrittrice.

Poronga.

 

One thought on “Agota Kristof “Trilogia della città di K”

  1. Mi fa piacere che Poronga parli della Kristof e concordo in pieno col suo giudizio. Anzi, a me sembra di ricordare che non avevo neppure avvertito un calo di qualità andando avanti con la Trilogia, se non nel senso che la sua scrittura è talmente unica e agghiacciante che all’inizio ti stordisce, poi un po’ ci si abitua. E anche io, dopo la Trilogia, avevo letto Ieri che pure mi era piaciuto molto. Adesso andrò a cercare altri suoi libri tradotti in italiano. In ogni caso, consiglio vivamente di leggerla: che vi piaccia o meno, proverete un’esperienza unica, perché la Kristof è davvero una scrittrice fuori da tutti gli schemi: l’unico riferimento che, sia pure alla lontana, potremmo trovare, e lei stessa suggerisce con quella kappa, è Kafka. Anzi, diciamo pure che è l’unico caso di uno scrittore che ha osato misurarsi con Kafka e non ne è uscito stritolato. Forse aiutata dal fatto di avere avuto una vita durissima

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