Mario Rigoni Stern

rigoniL’altra sera (miracolo) ho visto su Rai 5 un vecchio film-intervista nel quale Mario Rigoni Stern dialoga con  Marco Paolini, rispondendo alle belle domande di questi con una semplicità, saggezza e profondità che, come i suoi libri, mi lasciano quasi attonito.

Mi ha fatto venire la pelle d’oca sentire Rigoni parlare, come fosse stato bere un bicchier d’acqua (ma in effetti se ci si pensa bere un bicchiere d’acqua è una delle cose più belle del mondo) di una pagina che secondo me è una delle più alte di tutta la letteratura che conosco, tratta da “Il sergente nella neve”, che di seguito riproduco.

Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio.

 Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio.

 Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.

 Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano con me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.”

Poronga

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2 thoughts on “Mario Rigoni Stern

  1. Trovo bellissimi i racconti di Rigoni Stern, in cui il bosco e i suoi abitanti sono descritti con la conoscenza e l’amore di chi vive con la natura un rapporto vero e profondo, fatto di rispetto e semplicità. Mi sarebbe piaciuto sentirlo parlare…

  2. Grandissimo Rigoni Stern. Ho letto molto tempo fa le pagine citate , ma mi sono accorto che le avevo stampate da qualche parte nella memoria: non è possibile dimenticarle. Trovo che raramente un autore sia riuscito a delineare il rapporto tra guerra e uomini che la combattono come ha fatto Rigoni: anche ora a distanza di tempo non posso trattenere la commozione nel rileggerle…..

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