Gustave Flaubert “Bouvard e Pécuchet”

flobertRileggo dopo decenni questo classico, che avevo letto poco più che ragazzo. Lo faccio perché lo avevo caldamente consigliato ad un amico che ne è rimasto invece deluso. Nella speranza che mi legga, cerco allora di spiegare perché a me piacque allora e continua a piacere ora. Mi scuso se, per questo motivo, sarò un po’ più lungo e didascalico del solito, ma mi ritengo giustificato per il fatto che questo è per me davvero un grande libro.

La storia è nota: i due, di mezza età, entrambi impiegati di basso livello, si conoscono e fraternizzano subito, in nome dei comuni – e velleitari – interessi culturali. Non si può non intenerirsi per i due amici che, dopo il lavoro ” … al Louvre cercarono di entusiasmarsi per Raffaello. Alla Biblioteca Nazionale avrebbero voluto conoscere il numero esatto dei volumi “. Un’improvvisa eredità, generosamente messa in comune da Bouvard, dà loro l’opportunità di lasciare il lavoro e trasformarsi in aspiranti intellettuali a tempo pieno. Nei dieci capitoli del romanzo – incompiuto per la morte di Flaubert – si ripete lo stesso schema: i due si appassionano ad un argomento, lo affrontano con velleitario entusiasmo, capiscono di non essere abbastanza informati, e allora si immergono nella lettura di numerosissimi libri. Questo però, poco a poco, provoca in loro sazietà e noia per quell’argomento, e decidono di passare ad altro. Gli effetti comici sono spesso irresistibili: cominciano con la chimica, provocando un’esplosione. Pécuchet, pragmaticamente, ” ne conclude che ‘ forse non conosciamo la chimica’ ” e allora, avanti a studiare. Poi è il turno della geologia ( frane ), della medicina ( pazienti quasi morti ), della zoologia ( poveri animali maltrattati ) e poi storia, letteratura, politica, economia, ginnastica, spiritismo, filosofia, religione per finire con la pedagogia, approfittando dell’affidamento di due bambini ( in questo caso il risultato è un povero gatto bollito vivo in pentola da uno dei due angioletti ). Quando una disciplina viene abbandonata, generalmente è per un misto di delusione e spocchia: per esempio, nel caso della letteratura si conclude che ” tutti gli esperti di retorica, di poetica e di estetica mi sembrano degli imbecilli. “.

Questa, a grandi linee, la storia. Come tutti i grandi libri, Bouvard e Pécuchet ha diverse chiavi di lettura, ma forse questo più di altri, anche per il fatto di essere rimasto incompiuto e quindi non sappiamo se Flaubert ci avrebbe fornito qualche strumento in più; ma credo invece che le molte chiavi di lettura fossero proprio nelle sue intenzioni.

C’è naturalmente la chiave più ovvia: l’800 è il secolo del positivismo, nascono, si differenziano e si professionalizzano le discipline scientifiche. I nostri due eroi hanno, da un lato, un atteggiamento pragmatico e positivo: incontrano un problema, cercano di risolverlo, si informano; dall’altro sono due dilettanti pasticcioni che cercano un ideale di conoscenza universale quando ormai si è entrati nell’era della specializzazione. Per amore della scienza sono disposti a qualunque sacrificio: per studiare gli effetti del freddo sui corpi, vanno in giro d’inverno con gli abiti bagnati e si prendono un solenne raffreddore. E’ vero che c’è un illustre precedente nel filosofo Bacone che addirittura si dice che morì in situazione analoga ma, appunto, sono passati 300 anni. E a questo proposito mi viene in mente un altro celebre personaggio del passato, letterario in questo caso, che si imbottiva la testa di nozioni tratte dai libri e credeva di vivere in un mondo sparito da secoli, naturalmente Don Chisciotte. Non so quanto ciò sia voluto da Flaubert, presumo di sì, ma non c’è quasi pagina del libro in cui non mi sia venuto in mente, per l’atteggiamento ingenuo, generoso e anacronistico di questi due Don Chisciotte dell’800 ai quali manca però il buonsenso e il realismo di un Sancho. Noi nel XXI secolo possiamo ridere del dilettantismo dei due e ritenerli degli idiots neanche troppo savants, ma potremmo anche apprezzare l’approccio empirico visto che 150 anni dopo vediamo ancora dogmatismo e irrazionalismo impazzare. Alcune riflessioni ( pseudo) filosofiche sono allo stesso tempo esilaranti e illuminanti:

< Stiamo precipitando nell’abisso spaventoso dello scetticismo>. Secondo Bouvard, solo i cervelli più deboli potevano spaventarsi. <Grazie del complimento>replicò Pécuchet. “. Oppure. ” Il suo bisogno di verità era diventato una sete che bruciava. Scosso dai ragionamenti di Bouvard, abbandonava lo spiritualismo ma poi vi tornava per lasciarlo nuovamente, e tenendosi la testa tra le mani, esclamava: ‘Oh, il dubbio, il dubbio! Preferirei il nulla!’. Scritto nel 1960 potrebbe sembrare il parto di uno studente di filosofia un po’ burlone, ma nel 1880 è perlomeno profetico!

Fatto sta che lo studio dei filosofi pessimisti li spinge al suicidio, naturalmente da sperimentare insieme. Hanno già preparato il cappio per impiccarsi, quando uno osserva ” ma non abbiamo fatto testamento! ” ( cosa particolarmente esilarante, dal momento che entrambi non hanno un solo parente al mondo! ). E tanto basta per farli desistere, e anzi inspirare loro l’interesse per la religione. E allora cosa dobbiamo pensare? Sono stupidi come nello stereotipo, sono folli come Don Chisciotte, o non sono forse loro a farsi beffe di noi lettori?

Credo che avesse ragione Borges, che come scrittore può piacere o meno ( a me piace ) ma come lettore è senza discussioni uno dei massimi di sempre, quando disse che ” Bouvard e Pécuchet è un libro solo in apparenza semplice “. Tutti ridiamo delle disavventure dei due, ma attenzione, non sono solo dei goffi dilettanti. A questo proposito, va anche ricordato che pare che Flaubert, che ha lavorato a questo romanzo per molti anni, abbia consultato più di 1.500 libri per scriverlo. Dunque, se anche voleva dipingere due pasticcioni, voleva farlo con molta cognizione di causa!

Un aspetto che secondo me non viene abbastanza sottolineato è che è anche un libro sull’amicizia. Amicizia che nasce improvvisa su vaghi interessi comuni e che va avanti per decenni, senza mai screzi che non siano differenze puramente intellettuali e come tali provocano anche discussioni accese ma non mettono mai in pericolo l’amicizia, e questa secondo me è una grande lezione morale per chi vuole comunque veder prevalere le proprie opinioni, e chi non la pensa come lui è un nemico o uno stupido ( secondo la famosa definizione dello stesso Flaubert nel Dizionario dei luoghi comuni ” imbecilli sono tutti quelli che non la pensano come noi” ). Bouvard e Pécuchet sono una delle 3 o 4 grandi coppie di amici della letteratura di tutti i tempi, e forse l’unica per la quale non vale il sospetto neppure della più velata inclinazione omosessuale.

Non voglio dilungarmi troppo, ma altre chiavi di lettura possono essere quelle fra la modernità e il mondo tradizionale, fra la borghesia ormai sviluppata e i residui del mondo aristocratico, fra una società in rapido movimento e la società praticamente immobile dei secoli precedenti e, essendo in Francia, fra l’empirismo e il razionalismo. Fra le tante letture in chiave ironica ne ho colta una che non so assolutamente se fosse nelle intenzioni di Flaubert – anche perché non so nulla delle sue idee politiche -, ma è plausibile almeno cronologicamente. Nei due pasticcioni multitasking non si può anche vedere una parodia dell’uomo comunista di Marx che, liberato dalle catene del capitalismo, può dedicarsi ” al mattino a cacciare, al pomeriggio a pescare e alla sera a criticare, senza essere né pescatore, né cacciatore né critico “? Anche se non fosse voluta, sarebbe comunque un’ironia feroce. Eppure, secondo molti lettori, l’ironia di Flaubert è rivolta soprattutto contro la ” stupidità borghese “.

Restando sul problema della stupidità dei due eroi, perché poi è questo il cuore del libro, verso la fine c’è una frase molto famosa: “ Allora una capacità imbarazzante si sviluppò in loro, la capacità di vedere la stupidità umana e di non tollerarla più ”. Qui veniamo una volta di più spiazzati: Flaubert descrive i suoi due personaggi, oppure se stesso? E una volta di più ci chiediamo: ma questo libro è a favore della scienza o contro la scienza? Contro la stupidità borghese o contro la stupidità socialista? O contro tutte le stupidità? ( già, ma poi chi decide cosa è stupido? ). Ognuno può dare le risposte che preferisce, ma è proprio in questa ambiguità che sta gran parte del fascino del libro.

E ancora a proposito di ironie non si sa se volontarie o meno, ne ho colto un’altra alla quale non avrò mai una risposta, e con questa chiudo. I molti libri e i molti intellettuali e scienziati citati sono, con pochissime eccezioni, quasi solo francesi. Non c’è da stupirsi, i Francesi lo fanno anche adesso. E passi anche che nella seconda metà dell’800 non c’era né internet né la globalizzazione, ma le idee e i libri circolavano già. Quindi mi resta il dubbio se Flaubert volesse farsi beffe del provincialismo dei suoi due eroi, o se sia rimasto egli stesso vittima di un atteggiamento che è una costante della cultura francese nei secoli.

traddles

5 thoughts on “Gustave Flaubert “Bouvard e Pécuchet”

  1. Ho abbandonato B&P dopo circa 200 pagine.
    Non che voglia disconoscere il valore del libro, il cui merito principale ho trovato sia la descrizione del fervore che portò gli scienziati del tempo a interrogarsi su tutto e tutto ricercare, escogitando teorie ed esperimenti talora strampalatissimi e dei quali sovente erano le prime vittime; ed è a uomini di quel genere che dobbiamo il progresso scientifico.
    B&P condividono appieno quell’entusiasmo e quella sete di conoscenza, che finisce per riscattare l’ingenuo dilettantismo col quale si gettano in imprese che tosto abbandonano dopo aver dilapidato denari e sforzi.
    Il problema è che io ho trovato il libro monocorde e, onestamente, noioso, e dopo aver capito che sarebbe continuato così, non ho avuto voglia di proseguire, pur sapendo di fare grande sgarbo a Flaubert, del quale non mi è sfuggita la pazzesca erudizione utilizzata per scrivere un libro che gli deve essere costato studi immani, ed energie che non ha esitato a profondere con la stessa generosità degli uomini di cui parla.
    Non è del resto la prima volta che mi capita una cosa del genere; per esempio mi è successo con il “Tristam Shandy” di Sterne.
    Iniziare un romanzo con l’annuncio del racconto della propria nascita, cui non si arriva mai per effetto di divagazioni che si concatenano l’una all’altra per tornare faticosamente e tramite un vertiginoso giro al punto di partenza, salvo poi ancora allontanarsene a ritroso per nuovi sentieri, è un’idea non solo geniale ma gestita anche con una padronanza totale e che, quasi per inciso, evidenzia una curiosità è una cultura onnivora ed enciclopedica.
    Però anche qui alla lunga mi sono stancato per la ripetitività dell’esercizio, forse incapace di trovare (o di farmi bastare) quelle chiavi, nessi e implicazioni che Traddles ha così bene e acutamente descritto relativamente a B&P.
    Poronga

  2. Ma come? Due al prezzo di uno? Mentre esprimi la tua insoddisfazione per B&P, mi demolisci anche Tristram Shandy, che per me è una delle massime espressioni della letteratura di tutti i tempi? ( purtroppo pochissimo conosciuta in Italia, tanto che molti sbagliano lo spelling del titolo ) Sono sotto l’ombrellone, e la calura estiva non aiuta i ragionamenti, ma forse prima o poi converrà approfondire, meglio se col contributo di altri Asinisti.

  3. Ma io non demolisco affatto! Riconosco il valore di entrambe le opere ma dico solo che, pur contento di averle prese in mano, ho trovato che non incontrassero i miei gusti e interessi.
    Mica siamo tutti uguali. Per fortuna, no?

  4. Non ho letto B&P poiché non avendo particolarmente amato “Madame Bovary” non ho mai trovato la spinta per farlo e forse mi piacciono troppo le storie, nei libri, perché la recensione di Traddles riesca a convincermi a farlo ora.
    Ma ho letto e riletto “Tristram Shandy” e lo trovo assolutamente geniale, un capolavoro dell’eccentricità, illuminato da un umorismo elegante e godibilissimo. Mi trovo, però costretta a convenire con Poronga che se la prima parte è sfolgorante e divertentissima, pian piano il gioco intellettuale rischia di farsi ripetitivo e il libro perde un po’ di smalto.
    Detto questo Lawrence Sterne rimane nel mio personale olimpo dei grandi, e consiglio a chi passasse per lo Yorkshire di andare a visitare la sua casa ora museo. Pochi luoghi come questo mi sono parsi rispecchiare l’idea che mi ero fatto di un autore leggendo le sue opere: la casa di Sutton è un luogo stravagante e “sentimentale”, indimenticabile come i personaggi del reverendo Sterne.

  5. Sì, su Tristram posso essere d’accordo, è uno dei tantissimi casi in cui un po’ di pagine in meno avrebbero migliorato il prodotto finale. Ma evidentemente per gli scrittori è una cosa difficilissima. Io amo gli scrittori essenziali ( Saramago primo di tutti ) che sanno che la vera difficoltà sta nel tagliare, non nell’aggiungere. Su Madame Bovary vedo con piacere che siamo in tanti ad essere critici ( chissà perché, pensavo che Poronga fosse un adoratore, invece anche lui è critico ). In attesa di qualcuno che ne prenda le difese – le schiere di adoratori sono foltissime, a cominciare da Baricco – propongo di qualificarlo come ” romanzo più sopravvalutato di tutti i tempi “.

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