Iris Murdoch “La campana”

campanaAMORE, IL PERICOLO PIÙ GRANDE.

Intrigata da quanto aveva scritto il nostro prezioso Traddles, e dal fatto che Iris  Murdoch avesse avuto quattro gatti, numero perfetto, sono andata a cercare qualcosa su di lei, e ho scoperto che aveva scritto un saggio sui mistici e l’esistenzialismo e intervistato il grande Krishnamurti.

Impossibile non leggerla subito a questo punto. L’ho fatto in inglese, visto che “The Bell”, tradotto in italiano da Rizzoli, non è facile da reperire (ma sono certa che chi lo vuole, lo troverà). E l’edizione inglese è preceduta da una prefazione di un’altra grande scrittrice inglese di cui intendo scrivere presto sulle pagine dell’Asino, Angela Byatt.

“La campana” è un libro sulle conseguenze dell’amore. È l’amore, sembra dirci infatti Iris Murdoch, che più di ogni altra cosa avvicina gli uomini alla conoscenza del bene e del male che si annidano dentro di noi, e costringe alla perdita dell’innocenza. È l’amore il serpente incontrato da Eva, l’amore che segna l’inizio della nostra avventura sulla terra, l’amore che nella vita ha da insegnarci tutto.

L’amore, dunque, il bene più prezioso. Il pericolo più grande.

Vox ego sum Amoris. Gabriel vocor” è l’iscrizione che compare su un’antica, gigantesca campana che si narra giaccia sepolta nel lago di una tenuta nel sud dell’Inghilterra in cui vive, riunita intorno alle mura di un monastero di clausura benedettino, una piccola comunità laica. Quando la voce di Gabriel torna a vibrare, è per annunciare l’esplosione improvvisa, inevitabile, della tragedia. Le conseguenze dell’amore.

La scrittura di Iris Murdoch è limpida, pacata, si direbbe quasi priva di trasporto  se non si sentisse, sottesa a ogni singola pagina, una compassione per gli esseri umani che è profonda passione dello spirito.

Una lettura intensa, intensissima, che coinvolge l’intelletto e lo spirito in un equilibrio che di rado ho incontrato. Uno di quei libri che ti restano dentro, questa almeno la mia sensazione ora, di avere depositato dentro di me una nera pepita baluginante che solo il lavorio del tempo trasformerà in puro scintillio.

la signora nilsson

11 thoughts on “Iris Murdoch “La campana”

  1. Bene, sono molto contento che ti sia piaciuto e che tu lo abbia potuto apprezzare in lingua originale. Io l’ho letto parecchio tempo fa, ma mi sembra che tu abbia colto benissimo lo spirito del libro. Voglio solo aggiungere che almeno due personaggi sono rimasti ben fissati nella mia memoria: Michael, il capo della comunità laica, tormentato dalla sua omosessualità non pienamente accettata, e Dora, nel mio ricordo la vera protagonista e il personaggio più complesso e interessante, che mette fine con molta fatica al rapporto col gelido marito intellettuale. E poi ricordo la profondità con cui la Murdoch affronta il problema dei rapporti fra religione – anglicana – e sessualità, cosa di grande coraggio nel 1958, e più in generale fra la fuga dal mondo e la presenza ineludibile del mondo. Come dici tu, l’amore e la presenza del bene e del male. Insomma, mi è venuta voglia i rileggerlo.

    • sì, credo sia un libro da leggere e rileggere, e vedrai che c’è anche un altro personaggio bellissimo, pur meno centrale di michael o di dora (che ho trovato incantevole, soprattutto nel momento del suo passaggio da una giovanile e seducente incoscienza a una maggiore e più sofferta consapevolezza di sè): è toby, giovanissimo, vitale, luminoso, quasi – sarei tentata di dire – sfiorato dalla grazia (cui invece anela tormentosamente, e invano, michael).

  2. L’ho letto anche io.
    È una cupa storia sull’amore, sia etero che omosessuale, e sulle sue conseguenze, sempre infelici quando non proprio drammatiche.
    Ed è l’amore che getta irrimediabile scompiglio in una comunità mistica di persone religiose che, ciascuna per suoi motivi, sono riunite in uno strano luogo, bello e malinconico, annesso ad un convento di clausura.
    Mi è successa una cosa singolare: io, che non sono certo un maniaco dei “plot”, ho spesso immaginato fin dalle prime battute come sarebbero andate più o meno a finire le storie personali che vengono raccontate. Ciò tuttavia non mi ha affatto dato l’impressione di prevedibilità del romanzo, sembrandomi piuttosto una potente sottolineatura di quello che, secondo molti, domina le nostre vite: vale a dire il destino (cui, personalmente, non credo affatto, credendo invece nel caso).
    La storia come dicevo è molto cupa, ma lo stile narrativo non lo è affatto. Chissà se anche per questa via l’autrice ha voluto corroborare il concetto di fatalità.
    Il tempo dedicato a questa lettura è stato ben speso. Non posso dire però, almeno in base a questa prima esperienza; che M. rientri fra le mie autrici preferite.
    Può darsi però che abbia influito negativamente il fatto di aver letto questo libro, dove le descrizioni di luoghi, atmosfere e stati d’animo mi sono parse assai importanti, in inglese, che certo non leggo come l’Italiano.

    • Tu pensi, dunque, che il destino ci spinga su una strada in qualche modo prevedibile? Non l’avevo mai vista in questi termini, ma è una riflessione interessante…
      In fondo sta proprio qua la grandezza, mi pare, di un libro come The Bell, nella sua capacità di essere thought-provoking.

  3. Allora si, io nel libro ho avvertito un senso di fatalità, tragica predestinazione, per quanto accettata con notarile freddezza. Murdoch non mi è sembrata affatto una allegrona; forse Traddles, che mi pare la conosca anche come filosofa, può dare lumi.
    Dai Traddles, Robinson Cosue mi è piaciuto moltissimo….

    • Ci ho riflettuto: mi pare che la storia narrata da IM sia tutta tesa a dimostrare il peso delle scelte nella nostra vita. Dora, destinata (in questo senso, sì, esiste una sorta di via segnata per i personaggi, ma non imposta dall’alto o dall’esterno, bensì dettata dalla loro natura, al di là delle loro aspirazioni) destinata, dicevo, a soffrire perché vive il presente, e non sa scegliere. Michael finirà sempre per soffrire perché incapace di accettare la forza delle proprie emozioni nell’anelito sempre frustrato di poter inseguire il proprio ideale spirituale. Paul incatenato dall’amarezza e dalla pochezza e aridità d’animo di chi vive chiuso tra i confini asfisdianti del proprio ego. Nick condannato da una sete incolmabile d’amore a tradire prima di tutti se stesso con un odio platealmente esplosivo.
      È vero che ne viene fuori una concezione tragica della vita, o meglio dell’amore, come elemento sovvertitore di un equilibrio possibile nell’animo umano. È l’amore, mi sembra, a mandare in frantumi uno stato di quiete e adesione estatica al vivere (penso alla gioia fisica e spontanea di Toby prima di venire a contatto con la violenza dirompente dell’emozione amorosa)

  4. Io veramente sono sotto l’ombrellone e ho dovuto chiedere il cervello elettronico in prestito al bagnino. E poi sono un po’ codardo ( memore di Don Abbondio: il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può dare ) e preferisco tenermi alla larga quando Lucia e Poronga si scambiano stilettate, come nella diatriba sulla “ scrittura femminile “ riguardo alla Tyler.
    Comunque, tirato per i capelli da Poronga, dirò che in effetti la Murdoch, da filosofa, si è occupata soprattutto degli esistenzialisti – non dei grandi allegroni – e del Bene e del Male. Concetti che spesso appaiono anche nei suoi romanzi, come mi sembra abbiano messo in luce sia Lucia che Poronga, che hanno letto La campana usando due punti di vista in parte diversi, ma entrambi legittimi e interessanti. Non entro in punti specifici, perché io l’ho letto più di 30 anni fa, ma lo rileggerò. Voglio dire solo due cose sul Destino, perché in effetti è un tema centrale del libro: il destino, ma alla luce delle scelte dei personaggi. Anche io, razionalmente, credo che il destino non esista e che sia il nome che gli umani danno al caso. Credo nel libero arbitrio – libero da influenze non solo religiose, ma anche biologiche, psicologiche ecc. – e quindi il destino è nelle nostre mani, seppure influenzato da quei fattori e dal caso. Ma se non esiste nella realtà, esiste senz’altro in letteratura, dai tragici greci a, tanto per fare il nome di un contemporaneo che tratta il tema con grande acume , Coetzee. O, per dirla in termini diversi, se non esiste il Destino a priori, a posteriori il destino è spesso una chiave di lettura utile per interpretare certi fenomeni che sono andati come ( quasi ) inevitabilmente non potevano non andare. Ed è qui che la filosofia cede il passo alla letteratura, come succede in questo libro e come hanno rilevato Lucia e Poronga, sia pur in modi diversi, una con stoica rassegnazione, l’altro con ribellione. Ovviamente sono sfumature, ma io, in attesa di rieggere La campana, ho interpretato così le letture di Lucia e Poronga. Sbaglio?

  5. per quel che mi riguarda, sì, caro traddles: anche se non parlerei di rassegnazione, direi che senz’altro concordo con l’idea che la nostra vita segua in qualche modo un disegno che a noi non è dato di vedere.
    mi è parso in tutto questo interessante vedere quanto si parli di noi quando invece si crede di parlare solo di libri. del resto lo dice anche Proust “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” e tutto sommato, immagino sia anche il motivo per cui leggiamo, e scriviamo di libri. Scoprire qualcosa di noi stessi, sbrogliare un poco quella matassa ingarbugliata di fili che siamo noi.

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