Irving Stone “Il tormento e l’estasi”

stoneNon è, né probabilmente ambisce ad essere, un capolavoro letterario; eppure per me è un libro memorabile.

Si tratta della biografia romanzata e avvincente che racconta non solo la vita di quel colosso della storia dell’arte che è stato Michelangelo, ma anche lo straordinario periodo nel quale egli è vissuto.

Stone, che nell’appendice fa capire di aver svolto un lavoro enorme di documentazione, arrivando addirittura a indagare le tecniche di scultura e pittura del tempo, prende M. tredicenne, al suo ingresso quale apprendista nella bottega del Ghirlandaio, e lo accompagna per oltre 800 pagine fino alla morte, quasi novantenne.

Fin dalle prime pagine balza fuori l’artista predestinato, in preda a una perenne febbre creativa, dominato dalla necessità e dall’urgenza di esternare il mostruoso talento e la mostruosa energia che lo riempiono, sino quasi a scoppiare.

M. divenne quasi subito un portento (poco più che ventenne scolpisce la Pietà), e Stone è bravissimo nel descrivere non solo “il tormento e l’estasi”, ma la vera ossessione creativa che si trasforma nella sofferenza e nella esultanza del creare: non esistono il giorno e la notte, il caldo o il freddo, il sonno, la fame, financo l’igiene personale (il tipo doveva anzi essere un discreto zozzone).

Da giovane, ma anche da vecchio, per esempio quando dipinse il Giudizio Universale, M. affronta imprese titaniche, lavorando anche 20 ore al giorno, non permettendo a nessuno di interferire col suo lavoro. Piccolo, storto, segaligno, muscoloso, bruttarello; inarrestabile.

Questo uomo tirchio, frugale, litigioso, impiccione, non è però solo un “animale da scultura” (la sua arte preferita, forse perché così massacrante eppure delicata) o da pittura. M. è un uomo che si interroga e interroga la realtà dove opera; laico, non dogmatico, spregiudicato, uomo di azione ma anche -e molto- di pensiero (molto belli alcuni suoi sonetti che intervallano e integrano il racconto, magistralmente utilizzati da Stone).

M. è anche un uomo profondamente legato alla cristianità, ma non meno alla materia, il che gli permette di vivere una sorta di “misticismo terreno”, tale da far dire a S., mentre M. scolpisce la Pietà che “era inevitabile che il suo Cristo fosse più vicino all’uomo che a Dio”.

Di qui un’arte molto carnale, fisica, il culto del corpo umano, specie maschile, che si esprime di necessità nel nudo che, per la sua bellezza sublime e quasi inconcepibile, s’impone allo scandalo che crea, mettendolo a tacere.

M. si avventa sul blocco di marmo per liberare la forma perfetta che esso racchiude, e gode fisicamente della polvere che respira e del turbine di schegge che lo costringe a tenere gli occhi socchiusi.

Alcune delle parti più belle ed emozionanti del libro raccontano Michelangelo mentre scolpisce i suoi capolavori: cosa pensa, cosa prova, la descrizione delle tecniche utilizzate.

Avvicina a questo personaggio, pur così angoloso, il suo genuino amore per la pietra che fa sì che ogni qualvolta l’accumulo emotivo stia per sopraffarlo, nel bene o nel male, egli vada a sfogarlo lavorando alla squadratura della pietra serena da costruzione, fianco a fianco della sua “vera” famiglia, quella dei Topolino, scalpellini di Setignano.

In tal modo Stone segue M., il suo esasperato perfezionismo, il suo essere mai in pace e in eterna lotta con papi, committenti, cavatori di marmo, artisti concorrenti e non, mondo intero, fino alla morte (“Lotto, ma perdo sempre”, dice a un certo punto M. in uno dei suoi eccessi di vittimismo).

S. si dimostra romanziere, biografo, critico d’arte, e se ogni tanto eccede in particolari e colori, dà però luogo a un lavoro pregevolissimo, che si arricchisce di presenze emozionanti quali Leonardo, Lorenzo il Magnifico, Raffaello, Bramante, Ghirlandaio e molti altri; simboli di un’epoca magica, e contorno di un enorme artista cui, giunto quasi alla fine, S. mette in bocca le seguenti parole:

“E’ una cosa triste il dover morire. Io vorrei ricominciare daccapo tutto quanto, creare forme e figure che in passato non sognavo nemmeno… Ciò che mi piace di più al mondo è ancora scolpire il marmo bianco”.

Poronga

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