James Salter “Tutto quel che è la vita”

salterSi può scrivere un capolavoro a quasi 90 anni? ( Io ne ho letto uno scritto da un 95enne, e per di più esordiente! Magari prima o poi ne parlerò ).
Secondo diversi critici, questo è un capolavoro. Ma, seguendo il saggio ammonimento di Poronga, ” dei critici mi fido poco “. Allora vado in libreria e adotto il vecchio sistema di sfogliare il libro ( di carta, ovviamente: amo i libri di carta e le librerie, gli e-book li paghi meno, ma non puoi fare quello che, ironicamente, in inglese si dice proprio browse ). Sentite la prima riga:
” L’acqua correva veloce nella lunga notte buia. ”
Beh, Snoopy sapeva fare di meglio!
Seguono dieci pagine di battaglie sul Pacifico.
Non mi piacciono i libri di guerra, a parte l’Iliade.
Eppure in qualche modo quel libro mi attirava. Sarà perché il protagonista ( alter ego dell’autore, nato il suo steso anno ) passa una vita fra i libri lavorando come editor in una piccola casa editrice; sarà perché, prima di quell’infelice incipit snoopyano c’era invece un esergo che mi sembrava molto bello:
” C’è un momento nella vita
in cui ti rendi conto che tutto è sogno,
e che soltanto le cose preservate dalla scrittura
hanno qualche possibilità di essere reali. ”
La storia del libro è semplice: si seguono per 45 anni le vicende del protagonista, Bowman, quasi sempre indicato solo col cognome, da giovane soldato neanche ventenne ad affermato direttore editoriale, col contorno di una lunga serie di personaggi minori ma importanti, in buona parte appartenenti alle élites intellettuali di New York e Londra negli anni che vanno dal dopoguerra agli anni ’80. La vita di Bowman scorre senza episodi clamorosi, fra amori, delusioni, divorzi, amicizie e un lavoro che resta sullo sfondo, come se in realtà non lo appassionasse più di tanto. Il punto di forza del libro non è nella trama ma nella scrittura, raffinata e calibrata. Salter – è uno pseudonimo, in realtà fa parte della sterminata serie di intellettuali ebrei della East Coast – è molto abile nel tessere i fili di diverse storie, lasciare da parte personaggi per poi riprenderli e dargli nuova vita. Da intellettuale di quella generazione e di quella cultura, conosce molto bene anche il mondo fuori dagli Stati Uniti e il libro ha molti riferimenti alla cultura europea. Forse per questo, Salter non ha mai avuto un grande successo di vendite presso il pubblico americano, ma è sempre piaciuto molto ai critici e ai colleghi scrittori ( cattiveria: forse perché non ha mai fatto loro molta concorrenza. Comunque ha scritto parecchio, ma non scriveva un romanzo da 35 anni, dunque questo è palesemente il suo testamento letterario ).
Non penso che Tutto quel che è la vita sia un capolavoro, preferisco essere parco nell’uso di questo termine. Mi sembra che ci siano dei punti di debolezza, il principale dei quali è che il protagonista non brilla di quella luce che rende altri personaggi della letteratura indimenticabili, nel bene o nel male. E’ un personaggio interessante, ma più per la gente che incontra e il mondo in cui vive che per la sua personalità. Ama, ma non abbastanza; odia, ma non abbastanza; quando viene lasciato da una donna, architetta una perfida vendetta, ma è un comportamento moralmente riprovevole perché coinvolge un’altra persona innocente. E non è coerente col suo essere tutto sommato una persona mite. In definitiva, ha pregi e difetti come tutti noi, ma non viene voglia di immedesimarsi in lui e condividere i suoi sentimenti.
Un altro difetto del libro è che c’è molto sesso e poco amore. Si può decidere di non affrontare l’argomento ma se lo si fa ci vorrebbe maggior equilibrio, visto che il titolo del libro è ” Tutto quel che è la vita ” ( in originale, ancor più lapidario ” All That Is “, tutto quello che c’è ). Nella vita ci sono sia il sesso sia l’amore, ma se ci si concentra solo sul primo o non si è capaci di parlare del secondo, o si ha – o si vuole dare – una visione ben triste della vita. Non credo che Salter non sia capace, penso sia una sua precisa scelta, ma in ogni caso non mi piace. E, più in generale, è come se tutti i sentimenti fossero narcotizzati, con l’unica eccezione, e forse proprio per dargli maggior risalto, del lento scorrere della vita. Ma se questo è ” tutto quello che c’è ” fatemi scendere, voglio prendere un altro tram.
Per me, quindi, non un capolavoro, penso però che questo sia un bel libro, e in particolare che le ultime dieci pagine siano splendide., che ripaghino il mio istinto di lettore quando, in libreria, quel libro mi attirava, nonostante tutto. Non so se questo ha qualcosa a che fare con l’età di Salter: certo, vedo spesso scrittori giovani iniziare un romanzo bene, anche molto bene, e poi perdersi; forse avere 90 anni aiuta a fare il contrario, e a riuscire a concentrare nel finale una grande saggezza letteraria e umana. Ma non si può prendere la scorciatoia: per capire e gustare quelle dieci pagine, bisogna leggere prima le 300 che le precedono e che, comunque, sono buona letteratura. E vi garantisco che quelle ultime dieci pagine sono veramente da non perdere.
Traddles

2 thoughts on “James Salter “Tutto quel che è la vita”

  1. Con molto piacere! In effetti, era da un po’ che mi chiedevo come mai nessuno fosse stato incuriosito da quel mio accenno messo lì come per caso. Meglio tardi che mai, e in questo caso il detto è davvero appropriato!
    Il libro è ” Il muro invisibile ” di Harry Bernstein. La fascetta in copertina parlava appunto di un esordiente 95enne e io l’ho comprato a scatola chiusa, per puro interesse antropologico. E ho così scoperto un gran bel libro. Definire Bernstein un esordiente era forse una piccola esagerazione perché non è che facesse l’apicultore, si era guadagnato il pane per tutta la vita usando la penna, ma come giornalista e revisore di sceneggiature cinematografiche. Era però davvero il suo primo romanzo. E la cosa incredibile è che aveva deciso di scriverlo per vincere il dolore e l’improvvisa solitudine che erano entrati nella sua vita per la scomparsa della moglie dopo 70 anni di matrimonio. Questo è amore, mica la Tamaro! Il muro invisibile è quello che, nella stessa via di una cittadina inglese, divideva le case dei Cristiani da quelle degli Ebrei nella travagliata infanzia dell’autore. La cosa ancora più incredibile è che, dopo questo romanzo e prima di morire a 101 anni nel 2011, Bernstein ha fatto a tempo a scriverne altri tre, dove racconta della sua emigrazione negli Stati Uniti e, finalmente, entra in scena anche l’amatissima moglie. Sono libri scritti da un centenario con un indomabile amore per la vita. Li consiglio a tutti, ma soprattutto a chi pensa che la vecchiaia sia soltanto una noia.

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