Antonio Moresco “La lucina”

lucinaC’è un uomo che trascorre le sue giornate a passeggiare tra case disabitate di un borgo abbandonato. La sera, al tramonto, siede a lungo fuori, davanti alla sua piccola casa «di fronte a uno strapiombo vegetale. Guardo il mondo che sta per essere inghiottito dal buio. Il mio corpo è immobile su una seggiola di ferro dalle gambe che sprofondano sempre più nel terreno, eppure ogni tanto mi manca il fiato come se stessi precipitando su un’altalena dalle corde fissate in qualche puto infinitamente lontano dell’universo».
E c’è un bambino, tanto piccolo che per raggiungere il rubinetto del secchiaio in cui lava i piatti deve salire in piedi su una casetta rovesciata. Anche lui vive solo, in una vecchia casa di pietra, in mezzo a un fittissimo bosco. Ha la testa rasata, gli occhi grandi e rotondi, porta un paio di pantaloncini corti d’altri tempi, e gli si scorge in bocca un dentino rotto.
Solitudini destinate a incontrarsi, fondersi quasi, in questo racconto semplice, popolato non tanto di uomini, quanto piuttosto di alberi, di piante, di uccelli, e temporali, terremoti notturni, silenzi.
Una storia breve e intensissima, che colpisce per la malinconia straziante, quasi intollerabile, che la sottende e forse ancor più per una visione della natura (e della vita) come di un mondo di ineludibile e dilagante ferocia.
«Certe volte mi fermo a parlare con gli animali, gli insetti, tutte quelle potenze vegetali che brulicano da ogni parte lungo il filo dell’orizzonte. Con le vespe che si gettano incattivite nelle piaghe dei fichi che marciscono sulle piante, penetrando con le loro teste rostrate nelle spaccature piene di granelli in putrefazione e di succhi. Avvicinandomi molto, forse troppo, tanto che un giorno una vespa mi ha punto una mano. “Ma perché siete sempre così infuriate?” domando. “Cosa succede, di giorno e di notte dentro i vostri nidi feroci?”
Ma loro non mi rispondono.»
Non conoscevo Moresco, non ho letto i “Canti del Caos”, e questo è davvero un romanzo brevissimo, di poche pagine (difficile dire quante, quando si legge sul kindle), ma “La lucina” fa pensare di avere incontrato un grande scrittore.
la signora nilsson

4 thoughts on “Antonio Moresco “La lucina”

  1. Sono 160 pagine ( io sono un irriducibile cartaceo ) ma molto larghe, diciamo un centinaio vere. Comunque troppe per un racconto lungo, diciamo che è un romanzo breve.
    Non avevo mai letto Moresco e a malapena l’avevo sentito nominare, ma questo libro è veramente impressionante, poetico, fantasioso. Anche raggelante. Affronta in modo magistrale la solitudine e la morte, e scusate se è poco. Molte immagini mi hanno colpito, cito solo quella che potrebbe sembrare ridicola: la farfalla morta che si ostina a non scendere nel water sinché non viene avvolta nella carta igienica, ” come in un sudario “. E’ difficile descrivere una cosa come questa senza cadere nel banale, si parla di gabinetti e di sciacquoni e di pipì, eppure Moresco riesce a trarne un’immagine lirica e forte.
    Gli editori si sa devono vendere e nelle loro descrizioni i libri sono tutti dei capolavori. Questa storia viene definita ” terribile e lieve ” e la descrizione è perfetta, nonostante la contraddizione solo apparente.
    Grazie signora nilsson per la segnalazione e aspetto di sapere se altri libri di Moresco sono altrettanto belli.

  2. “La lucina” era la prima cosa di moresco che leggevo, ed è stata una folgorazione. Ho da poco cominciato “Esordi”, ma credo di aver letto appena una cinquantina di pagine (di nuovo sul kindle, perciò faccio fatica a dire), è un testo denso, scritto in una lingua immaginifica, che descrive l’esperienza del giovane protagonista nel mondo sospeso, quasi surreale, di un seminario. Molto intrigante, ma non si legge d’un fiato…

  3. “Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto, di cui sono l’unico abitante”.
    Così comincia questo piccolo romanzo misterioso, in cui non c’è né un prima nè un dopo, e dove nulla viene detto dell’io narrante.
    È un non-racconto fatto di solitudine, silenzi, attonita contemplazione di un cielo distante e di una natura ostile, di cui viene rappresentata la muta e selvaggia lotta per la vita fra le piante (“un oceano verde”); natura alla quale il protagonista è estraneo (si muove solo in macchina o quasi) e che egli subisce (tremende le sue solitarie nottate a letto fra vecchie mura, in ascolto delle onde di un terremoto strisciante).
    Non succede nulla, tranne una lucina che conduce il narratore al cospetto di un bimbo dalle piccole gambe, dalle piccole mani, dal piccolo respiro e con un dentino rotto, che si cucina e lava i piatti risciacquandoli “fin quando li sentiva perfettamente lisci e facevano sotto le dita quel rumorino”; poi la plumbea virata.
    Questo libro conferma che spesso la buona letteratura nasce dalla sofferenza, che qui a me è sembrata profonda.
    Ti ringrazio anche io, signora nilsson, per la segnalazione di un autore che non conoscevo affatto, e che vale certamente la pena di approfondire.
    Poronga

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...