Julian Barnes “Livelli di vita”

barnesEcco che, dopo Il senso di una fine, Julian Barnes ci racconta da cosa nasce quella sensazione di impotenza, quella sorta di inabilità al vivere che schiaccia e condanna i personaggi nel suo romanzo più bello. E lo fa con Livelli di vita, uno strano collage di storie in cui si intrecciano le vicende di un paio di eccentrici personaggi di fine dell’Ottocento e le circostanze che di recente hanno profondamente segnato la vita dell’autore stesso, vale a dire la morte dell’amatissima moglie Pat.

Come già C.S. Lewis, Julian Barnes ci offre una sorta di diario del lutto, un resoconto delle impetuose maree del dolore da cui viene travolto un uomo che nel giro di poche settimane appena si ritrova di colpo solo e si sente come se, caduto da qualche centinaio di metri d’altezza, fosse finito conficcato in un’aiuola di rose.  È spaventoso, terribile, nonché assurdo, trovarsi di colpo a vivere così, con le gambe sprofondate nel fango fino alle ginocchia e le budella spappolate dall’impatto sparpagliate tutt’intorno tra le spine, circondato da amici che si sentono in dovere di darti consigli stolti o che, nel loro inetto rifiuto della morte, ti infliggono chiacchiere vuote incapaci di superare un colpevole silenzio nei confronti dell’assente, l’unica persona di cui, per te, abbia ancora senso parlare.

Trovandosi oggi a vivere così, miseramente, ineluttabilmente, sprofondato nel fango, Julian Barnes offre al lettore come controcanto del proprio quotidiano tormento, l’eccitante sentimento trionfale dei primi pionieri del volo in mongolfiera. Tra le nuvole, questo nostro mondo fatto di rose e di spine cambia volto: vi si visitano «le silenziose immensità di uno spazio accogliente e benevolo, là dove l’uomo si rende irraggiungibile a ogni forza umana e potere maligno e dove si sente vivere come per la prima volta», dirà uno di essi.

Storie diverse e apparentemente lontane si intrecciano dunque in questo libro in un gioco di riflessi e illuminazioni reciproche. Non a caso, Livelli di vita comincia così: «Metti insieme due cose che insieme non sono mai state. E il mondo cambia. Sul momento è possibile che la gente non se ne accorga. Ma cambia lo stesso.» Metti insieme due persone che insieme non sono mai state e può nascere una storia d’amore e, prima o poi, di indicibile sofferenza, come accade a Sarah Bernhardt e al colonnello della cavalleria della Guardia Reale inglese Fred Burnaby. Ma anche, metti insieme due storie che insieme non sono mai state e le vedrai cambiare. Provate anche voi. Accostate la storia che state leggendo a quella della vostra esistenza. Sul momento è possibile che non ve ne accorgiate. Ma il mondo è cambiato.

la signora nilsson

One thought on “Julian Barnes “Livelli di vita”

  1. Dopo aver letto ” Il senso di una fine ” che mi era piaciuto molto – e che era stato recensito sull’Asino in un interessante parallelo con ” Stoner ” di John Williams – avevo sfogliato in libreria l’ultimo libro di Barnes ” Livelli di vita “. Non mi era però venuta voglia di leggerlo: storia del volo in mongolfiera e elaborazione del lutto, argomenti troppo disparati. Adesso, stimolato dalla recensione della signora nilsson, l’ho ripreso e devo dire con piacere.
    Le prime due parti, sui pionieri del volo, possono avere un interesse limitato, anche se si vedono comunque le qualità letterarie di Barnes. E’ però bellissima l’ultima parte, dove il dolore per la morte della moglie si sente ad ogni riga, senza mai cadere nel banale o nel melodrammatico.
    Citerò brevemente tre cose che mi hanno colpito in particolare. La prima: Barnes si accorge, con stupore, che oltre a tutti i modi immaginabili in cui la moglie gli manca, gli manca anche ” moralmente “. L’amore ha anche una dimensione morale, una richiesta di verità e di serietà nell’affrontare insieme il mondo.
    Il secondo aspetto è il dialogo che lui continua ad avere con lei. Chi parla coi morti non è un folle visionario, ma capisce una verità che solo l’elaborazione del lutto fa capire: il fatto che una persona sia morta vuol dire certamente che non è viva, ma non che non esiste.
    Da ultimo, nelle pagine finali Barnes racconta che, 30 anni prima della morte della moglie, in un suo romanzo aveva immaginato e descritto i sentimenti di un uomo sulla sessantina – la sua età di adesso – che resta vedovo. Al funerale, aveva letto alcuni brani di quel romanzo. Neppure per un attimo si può pensare che in ciò vi sia retorica o narcisismo, c’è soltanto poesia. Il potere che ha uno scrittore di creare mondi letterari che poi diventano veri quanto il mondo reale.

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