James Hillman “Il codice dell’anima”

Hiil«La ragione per cui si è vivi»: Il codice dell’anima di James Hillman

«Non conosco altro che la santità degli affetti del Cuore e la Verità dell’Immaginazione»
John Keats

Se vi va di sfilarvi per un po’ l’abito della ragione e di permettervi la libertà del «pensiero immaginativo», forse vi divertirà seguire James Hillman nella sua visione del mistero che dà forma, e senso, all’esistenza umana. Già, perché, dice lui, la nostra vita ha un senso, benché esso vada per lo più perduto ai nostri occhi. «C’è una ragione per cui si è vivi», «un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d’essere». E questo motivo, argomenta l’autore del Codice dell’anima, è «il destino, il carattere, l’immagine innata […] l’idea cioè che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta».
L’immagine innata cui si riferisce qui Hillman è quella platonica del mito del “daimon”, un compagno che l’anima, prima di nascere, sceglie per farsi guidare nel corso della propria esistenza nel mondo. Il “daimon”, il portatore del nostro destino, potrà possederci totalmente oppure essere dimenticato, perduto di vista, ma non ci abbandonerà mai, anzi. «Ci motiva. Ci protegge. Inventa e insiste con ostinata fedeltà. Si oppone alla ragionevolezza facile ai compromessi e spesso obbliga il suo padrone alla devianza e alla bizzarria.»
Non solo. Il fatto stesso di cercare il nostro “daimon” influisce «sul modo di vedere noi stessi e gli altri e ci permette di vedere un po’ di bellezza in ciò che vediamo e ce lo fa amare». Scorgere la storia che si nasconde dietro la trama della nostra vita, dice Hillman, ci consente di vederne la bellezza e «la bellezza è in se stessa una cura per il malessere della psiche», vale a dire il senso di smarrimento che in certi momenti della nostra vita ci prende, l’inquietudine che a volte, nostro malgrado, ci attanaglia. E questo perché il “daimon” «c’entra con l’inquietudine del cuore, la sua insoddisfazione, i suoi struggimenti. […] Poiché non può dimenticare la sua propria vocazione divina si sente insieme esule sulla terra e partecipe dell’armonia del cosmo».
D’accordo, «ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa», lo dice anche Hillman, ma ci sono teorie, come quella esposta con fluida e discorsiva leggerezza nel Codice dell’anima, che ci danno coraggio, e fiducia, nell’esistenza, nella sua bellezza, nel suo mistero. E fanno bene al cuore. Non poco, per un libro.

la signora nilsson

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