Ardur A. Olafsdottir “La donna è un’isola”

olafL’anno scorso lessi Rosa candida. Lo acquistai perché mi piaceva la copertina, con un neonato avvolto tra le coperte, immerso in un sonno innocente.
Mi incantò allora la delicatezza dei tratti con cui venivano delineati i personaggi e la storia un po’ strana, surreale, ambientata in un Nord a me sconosciuto, che ho trovato più esotico di qualsiasi tropico.
Così, quando l’ho visto in vetrina a fine luglio, da Feltrinelli, pur diffidando di solito dei bestseller, non ho resistito a prendere La donna è un’isola di Auđur Ava Ólafsdóttir. So bene che la seconda prova di un autore finisce in genere per deludere, ma in questo caso non è stato così.
Ho ritrovato la grazia stralunata di Rosa candida, la stessa adesione ingenua all’eccentricità della vita, la stravagante stramberia di personaggi tanto improbabili quanto veri, che hanno la leggerezza di chi danza sui pattini lasciando dietro di sé soltanto esili ghirigori sul ghiaccio (come in una bellissima scena del romanzo).
È un libro che accompagna attraverso buie e nebbiose distese di lava nera e di sabbia scura dell’inverno islandese, illuminate, per il lettore, da lampi di puro divertimento e gioia lieve. La gioia semplice di vagare attraverso la vita (e i libri) senza chiedersi troppo dove si vuole andare.

la signora nilsson

One thought on “Ardur A. Olafsdottir “La donna è un’isola”

  1. Anche io ho trovato questo libro decisamente bello, per i motivi che la signora nilsson descrive così bene.
    Mi è in particolare piaciuta la protagonista che racconta, senza credo mai dire il suo nome, sé stessa e quello che le accade: come viene lasciata dal marito; come si occupa, lei, che non ha voluto figli, di Tumi, un bimbo di 4 anni minuscolo, sordo e ipovedente, ma ugualmente e forse anche per questo straordinario, che le è stato affidato da una sua amica e che lei si porta in giro in una vacanza per l’Islanda in novembre (?!), e con il quale organizza meravigliosi giochi; gli uomini che incontra; la dolce fermezza con la quale respinge il marito e la sua presunzione di essere riaccolto quando invece le è uscito dal cuore (ammesso che vi sia mai entrato); la distratta contentezza con la quale accoglie una inaudita doppia vincita a due lotterie (un cottage prefabbricato e, poco dopo, tantissimi soldi).
    Ma più di tutto mi è piaciuto come lei è e soprattutto come si racconta:
    “Premiata, sì: per essere stata brava in tutto, per non essermi distinta in nulla di speciale, per le mie difficoltà a preferire una cosa piuttosto che un’altra, e perché in quel periodo non sapevo esattamente cosa desiderare, dalla vita. Non che oggi sia cambiata poi tanto”.
    “Tre minuti. Per tre minuti l’idea di sposarmi mi andava a genio, e lui è andato a pescare proprio quelli”.
    “Sono molti, gli eventi carichi di conseguenze che possono accadere a una donna nel breve arco di una giornata. La maggior parte degli errori si commettono in un attimo, si contano nell’ordine dei secondi: una curva sbagliata, il piede sull’acceleratore anziché sul freno, un sì al posto di un no, o di un forse. Invece, è molto raro che gli errori siano il risultato di un concatenarsi di decisioni logiche, Ci sono donne, ad esempio, che si ritrovano a un pelo dall’amare con tutta la loro anima, ma proprio sul punto estremo, senza averci riflettuto neanche un istante”.
    Questa è una delle cose che più mi piacciono della buona letteratura: prendere un soggetto anomalo e improbabile -il rischio di rappresentare una patetica mezza matta era qui evidente- e farne un personaggio bellissimo.

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